La guerra dei sessi l’ha vinta la violenza4 min read

Valeria Cacioppa | 25-11-2016 | Cultura

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Oggi, 25 novembre, è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, contro quel fenomeno che ci siamo abituati a definire con parole come “femminicidio”. Ci siamo abituati a sentire questa parola accompagnata da statistiche, immagini sgranate di volti, di vestiti strappati e di scarpe sull’asfalto. Ci siamo abituati a sentire elenchi di nomi e cognomi, interviste di vicine e vicini di casa che si dicono esterrefatti ed increduli, nastri variopinti e violini gracchianti.
Tutto questo, ormai, è voce fuori campo nelle nostre coscienze; è routine, è lo schermo grigio della televisione, è il ticchettio dell’orologio, la goccia d’acqua del lavandino che perde. Invece no. Invece è molto di più. E questo “di più” gli “uomini che odiano le donne” lo conoscono molto bene. Sanno bene che quando uccidono una donna non commettono un omicidio tout court, ma non fanno altro che mettere in atto l’estrema ratio di uno dei pilastri dell’educazione borghese: l’esercizio del dominio sulla proprietà, sulla casualità dell’oggetto, che sussiste in quanto funzionale a qualcos’altro, al soggetto, appunto. Il soggetto è il maschio alpha, di cui la donna è declinazione, costola, alterità, eccedenza.
E, infatti, cosa dico alla moglie/fidanzata/sorella/amica/compagna, ecc, mollandole un generoso ceffone? “Stai al tuo posto”. E cos’altro, se non l’oggetto, trova la propria dimensione in virtù di un “posto”, di uno spazio fisico ben preciso? E se un oggetto lo trovo in un posto in cui non dovrebbe stare, a svolgere una funzione che sfugge al mio controllo immediato, esercito l’estremo diritto del possessore: lo distruggo. Lo distruggo perché, dopotutto, sono uomo. Ed in quanto uomo mi è stato insegnato che la mia “natura” vive di dualismo che si autogiustifica: la razionalità e la moralità da una parte, la bestialità e la violenza dall’altra. Sono uomo, dopotutto, se mi incazzo mi appello al Raptus, al demone che licenzia la mia lucidità. Ma è lui il vero castratore.Si staglia così un ideale che vede un oggetto intransitivo da una parte, ed un soggetto destruente dall’altra. Quel che dobbiamo imparare, ancora oggi, è che questo gioco non fa bene a nessuno. Che la “lotta fra i sessi” non ha vincitori, solo pedine. Il femminismo, questo, lo gridò, lo grida e lo griderà sempre a gran voce.
• Nel 1923, in “Largo all’Eros Alato” lo gridava Aleksandra Kollontaj, prima donna della storia a ricoprire l’incarico di ministro e di ambasciatrice. Rivolgendosi alla gioventù lavoratrice sovietica, ricorda il valore imprescindibile dell’uguaglianza fra i sessi: «[…] Se il sentimento di proprietà ed il desiderio egoista di vincolare a sé “per sempre” l’essere amato deperiscono, se la prepotenza maschile e la mostruosa rinuncia della donna al proprio io scompaiono, si assisterà allo sviluppo di altri preziosi aspetti dell’amore: il rafforzamento del rispetto della personalità dell’altro, l’attitudine a prendere in considerazione i suoi diritti, lo sviluppo della comprensione reciproca, la crescita dell’aspirazione ad esprimere l’amore non solo con baci e carezze, ma anche con l’azione congiunta, con l’unità della volontà, con la comune opera creativa»
• Lo grida Simone de Beauvoir nel ’49 con “Il secondo sesso”: «Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna».
• Lo fa Luce Irigaray, nel ’75 con “Speculum”, e, nel 2007, con queste parole: «Per promuovere un mondo nuovo, c’è bisogno di pensiero. Non basta fermarsi a qualche slogan concernente il potere, la soggettività femminile, la politica del fra donne eccetera. Si tratta di riflettere su quale contenuto oggettivo si mette dietro gli slogan, e di verificare se questo contenuto si possa condividere e come. Se ogni donna si accontenta di rivendicare il diritto alla propria soggettività, temo che una condivisione pubblica fra le donne non potrà mai esserci. Lo stesso vale se le donne si accontentano di cercare di appropriarsi di un’oggettività culturale e politica definita da e per gli uomini. Il compito più importante che le donne oggi devono assumere è lavorare alla loro individuazione come persone civili e culturali. La politica, per non dire la democrazia, dovrebbe essere un affare di convivenza civile fra le persone prima di essere un affare di rivalità per il possesso, il potere, la poltrona».
Oggi gridiamolo tutti.


Valeria Cacioppa

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