#IJF18 – Ogni cambiamento parte dalla comprensione4 min read

Francesco Barberini | 13-04-2018 | Attualità

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“Relazioni brutali” non è solo il libro scritto da Elisa Giomi, professoressa di sociologia della comunicazione dei media, a proposito della violenza di genere, è anche il titolo del panel targato #ijf18 tenutosi alla Sala dei Notari giovedì pomeriggio (per intero, Relazioni Brutali: ruolo e responsabilità di media e pubblicità nella violenza di genere), promosso da Chiara Centamori con l’obbiettivo di cambiare la percezione che la popolazione italiana ha del genere femminile e del rapporto tra i due generi.

A presentare il dibattito Riccardo Iacona, conduttore RAI, che non esita a passare la parola alla prof.ssa Giomi chiedendo quale sia il rapporto tra media e cronaca sulle questioni di genere evidenziato dai 10 anni di ricerca antecedenti l’uscita del libro.
“Il libro si basa sulla qualità e sulla salute delle relazioni tra i sessi”, in particolare delle relazioni sentimentali, il dato più incidente di tutta la trattazione, ma la prof.ssa Giomi ricorda immediatamente che la violenza è un fenomeno che caratterizza relazioni di ogni tipologia e che si basa sulla costruzione culturale e sociale del maschile.

Riccardo Iacona

“Se è vero che la violenza sulle donne la fanno gli uomini, è altrettanto vero che a morire ogni anno sono molti più uomini”, il doppio delle vittime femminili, il dato costante è solo uno: l’autore della violenza è quasi sempre un uomo (circa il 92%).
La colpa, secondo la prof.ssa Giomi, risiede nella società che pone il maschile ad una quasi forzata familiarità con la violenza. Fin dalla gioventù le risse tra maschi sono considerate normali, una tappa fondamentale, mentre quelle tra ragazze sono demonizzate.
Anche le storie per bambini sono un tasto dolente: se da una parte i protagonisti maschili possono appartenere a più di 50 categorie professionali (si va dal manager al dottore, dal principe al pompiere), i personaggi femminili hanno a disposizione poco più di 16 ruoli, tra cui spiccano la strega, la fata e la ballerina. La scuola elementare, principale polo dell’istruzione e formazione del bambino, pone fin da subito limiti alla presa di coscienza del cittadino.

Elisa Giomi

Annamaria Arlotta, fondatrice del gruppo Facebook “La pubblicità sessista offende tutti”, apre una parentesi sulle pubblicità, una delle forme di comunicazione con cui siamo più a contatto: la donna viene resa oggetto, scomposta, le si nasconde la testa o si mostrano solo determinate parti del corpo in un processo di deumanizzazione e stereotipizzazione che pone alla sua base valori “tutti al femminile” come la bellezza, la magrezza, la gioventù e la disponibilità sessuale. Questo tipo di pubblicità offende anche gli uomini, in quanto “si propone un prodotto non basandosi sul suo gusto o sulla sua intelligenza, ma prendendolo per i suoi impulsi sessuali”. Sebbene possa sembrare che nel 2018 il problema sia finalmente superato, la realtà è un’altra: le aziende hanno solo affinato e sublimato gli aspetti sessisti delle proprie pubblicità, nascondendosi dietro ad una deviata definizione della parola “ironia”.

Il linguaggio con cui i media affrontano le questioni di genere scaturiscono quindi da una base culturale fortemente stereotipizzata, utilizzando frasari che spesso esulano dal dovere di cronaca e spingono all’empatia verso l’autore di violenze. I media dipingono in modo erroneo i fenomeni di violenza di genere, descritti come “scoppi improvvisi di gelosia, folli atti d’amore” di relazioni che però, nella realtà dei fatti, sono concluse da diverso tempo. Colpevole è però anche la popolazione intervistata: i protagonisti della cronaca vengono rappresentati come una “coppia perfetta”, il fatto in sé come “inimmaginabile”, mentre i dati confermano che dietro ad un femminicidio si nascondono numerosi atti di violenza non denunciata. Ci troviamo davanti ad uno scenario di mistificazione della realtà, dove anche i più efferati atti di violenza (commessi in pubblico) non vengono percepiti, ma anzi, giustificati.

La domanda sorge quindi spontanea: cosa possiamo fare? Qual è il comportamento delle istituzioni di fronte alle problematiche delle questioni di genere? Risponde Giovanni Scatassa, vicedirettore Marketing RAI: “Il modo migliore perché il servizio pubblico possa contribuire alla soluzione è creare conoscenza e cultura, ma per farlo la prima cosa è acquisirla”.

Riprendendo le parole di Chiara Centamori: “ogni cambiamento parte dalla comprensione”, ed è proprio da qui che noi, nel nostro piccolo, dobbiamo partire: l’unico modo per cambiare realmente la società è cambiare noi stessi, non possiamo combattere gli stereotipi di massa se non facciamo prima i conti con gli stereotipi personali, di cui siamo tutti delle vittime inconsapevoli. La sfida che ci siamo posti va affrontata giorno per giorno, distruggendo un automatismo alla volta.


Francesco Barberini

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