#IJF18 – Il giornalismo che libera le donne nelle terre di conflitto3 min read

Sara Tibido | 23-04-2018 | Attualità - Internazionale

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Novembre 2014, Shayda Hessami, giornalista e attivista di diritti umani, si torva in Iraq in un campo profughi. Sa che in una di quelle piccole e precarie tende c’è una donna sopravvissuta alla cattura ISIS e lei vorrebbe parlarci, ascoltarla con l’attenzione di una donna prima che come giornalista. Vorrebbe darle una voce e raccontare la sua storia.

Shayda, seduta su una poltroncina nera al Teatro della Sapienza per il Festival del Giornalismo di Perugia, cerca di non scomporsi e di non lasciarsi andare all’emozione nel raccontare quando, finalmente, la donna prese coraggio e decise di parlare fugacemente con lei. Racconta di una persona in lutto: la voce triste, gli occhi gonfi e rossi. Non vuole parlare con i giornalisti, li odia perché pretendono di comprendere, facendo foto e scrivendo, senza però capire realmente l’essenza o il dolore celato in tali storie.

È da questa conversazione che nasce l’idea, poi diventata progetto UNICEF (“Photographic Techniques to Empower Yazidi Girls”), di dare possibilità d’espressione alle donne nei luoghi di conflitto creando un giornalismo che penetri nelle zone più problematiche e sappia cogliere la reale essenza e drammaticità dei fatti.

Nel 2015 Shayda dà inizio a questa iniziativa nel campo per sopravvissuti alla schiavitù ISIS di Khanke (Iraq). Raccoglie le giovani sopravvissute, ragazze di ogni età, dà loro una macchinetta e le incoraggia a fotografare la vita nel campo catturando ogni aspetto saliente della loro condizione. Le sprona a raccontarsi attraverso la fotografia quando parlare o scrivere fa ancora troppo male.

Il campo è pieno di sfollati yazidi, gruppo di popolazioni ordinate in tribù, di origine e lingua curda e con religione propria che, nel corso degli anni, ha subito più di 70 persecuzioni. Zina Hamu è una di loro, ha 22 anni, siede anch’essa su una poltroncina nera vicino a Shayda. Ha lo sguardo di una ragazza forte e coraggiosa che ne ha passate tante ma non si arrende. Beve un goccio d’acqua, appoggia la bottiglietta sul vitreo tavolino di fronte a lei, respira rumorosamente e inizia la sua testimonianza.

Era il 3 agosto 2014, aveva solo 18 anni quando una notte venne svegliata dalle grida della madre disperata. L’ ISIS ha occupato la regione e a breve arriverà nel suo villaggio a Shingal, nord Iraq. Impotente, può solo scappare. I primi soccorsi alimentari arrivano il 12 agosto, non prima, poco dopo dei camion giungono per portarli in un campo per rifugiati; Zina ritrova i suoi fratelli scampati alla cattura ISIS. Altri giovani non sono così fortunati.

La vita nel campo non è facile: sente di giovani torturati, vede i segni sul loro corpo. Sente di ragazze stuprate, vede la vergogna nei loro occhi. Sente di genitori che hanno perso i figli, vede la disperazione nei loro visi.

In questa disperazione, il 14 aprile 2015, insieme ad altre 8 ragazze, inizia il workshop con Shayda. Zina voleva fare il medico, ora sogna di diventare giornalista. Vuole formarsi per tornare al suo paese e dare voce alle donne nelle zone di conflitto: le capisce e vuole esaltarne la forza e il coraggio. Il giornalismo ha cambiato la sua vita e ha fiducia che possa fare altrettanto per altre donne come lei.

Al teatro della Sapienza ogni altra voce tace, le due donne concludono l’ intervento con un appello: serve collaborazione per garantire la pace e la giustizia, serve possibilità d’espressione, serve che i tentativi di pace fatti abbiano più risonanza dell’aria di guerra che arieggia in questo periodo. Serve dare speranza e avere fiducia.

fonte immagine: https://twitter.com/shaydahessami/status/926572797886976000


Sara Tibido

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