I nostri dischi italiani del 20169 min read

Amministratore | 27-12-2016 | Cultura - Musica

immagine I nostri dischi italiani del 20169 min read

Ecco la musica italiana più ascoltata ed amata da collaboratori e lettori della Locomotiva in questo 2016. Una lista stilata in maniera collettiva e rispondente ai gusti più disparati. Buona lettura e buon ascolto!

La Fine dei Vent’anni – Mottadischi2016-02

Esordio solista per Francesco Motta, classe ’86, già membro del gruppo Criminal Jokers con cui ha due album all’attivo. Il disco di Motta è un’opera fresca, eclettica, di spicco nel panorama nazionale. A ballate agrodolci si alternano brani dalle sonorità più aspre e graffianti come “Roma stasera”. Fil rouge dell’album sono i ritmi ipnotici, incalzanti, a volte quasi tribali, coniugati a testi intrisi di una muta nostalgia; il cantautore pisano ci dona una sperimentazione musicale mai scontata per un’esperienza vorticante e assolutamente godibile. Promosso a pieni voti.
Cecilia Ferretti

 

Marassi – Ex-Otago

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Dopo qualche anno di assenza dai palchi, la band genovese torna a far parlare di sé, con uno stile perfettamente adeguato all’era indie-pop. Marassi, chiamato così in onore del quartiere in cui gli Ex-Otago sono nati e cresciuti, è uno dei più bei prodotti del 2016 firmati Garrincha Dischi, capace di spaziare dalla malinconia di “Mare” all’effervescenza di “Quando sono con te”, in ogni caso “senza mai perdere la tenerezza”. Anche se uno dei brani dell’album recita “I giovani d’oggi non valgono un cazzo”, un po’ ironicamente dedicata alla classe politica che non sempre spende belle parole per le nuove generazioni, i giovani Otaghi invece valgono, eccome se valgono!
Martina Domina

 

La Terza Guerra Mondiale – Zen Circus

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Chi si aspettava una “svolta” musicale da parte di Appino, Ufo e Karim dovrà attendere ancora molto (forse non arriverà mai), ma diciamocelo: gli Zen ci piacciono anche così. Senza intaccare nulla della loro musica riescono a toccare temi nuovi e vecchi riuscendo a costruire così un disco degno di nota. Stavolta il tema cardine dell’album sembra essere, come da titolo, la guerra (quella vera), che entra nelle nostre teste e genera una guerra “interiore”, che si manifesta diverse accezioni: dall’odio razziale ne “La Zingara-Il Cattivista”, ad autoironici cori da stadio in “Pisa Merda”. L’album si chiude con uno dei pezzi a mio parere più belli della loro carriera che sembra quasi un arrivederci, “Andrà Tutto Bene”. Insomma, stessa formula musicale, stessi toni, tema diverso, che comunque si riallaccia ai precedenti album. I tempi di Doctor Seduction sono molto, molto lontani (ahimè, ma anche no).
Elia Meniconi

 

Aurora – I Cani

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Niccolò Contessa ha pubblicato il suo ultimo album nel 2013- un sacco di tempo fa. Nell’autunno del 2015 all’improvviso qualcosa si muove: due singoli che anticipano Aurora, arrivato nel freddo della sessione invernale. Chi si aspettava “le aperte coi motorini” o ancora racconti della Roma post-adolescenziale è rimasto deluso: i Cani sorprendono con un album diverso dai precedenti, con testi quotidiani ma non banali, canzoni incalzanti alternate a brani introspettivi e quieti. Insomma: belli. Contessa è stato capace di richiamare i suoi vecchi ascoltatori, nel frattempo cresciuti con e come la sua musica, ma anche di attrarne dei nuovi, tornando al centro della scena come se non se ne fosse mai andato. Non finirà mai di stupirci.
Emanuela Rinelli

 

Hellvisback – Salmo

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Il quarto album in studio del rapper sardo è una conferma del suo lavoro: certosino, attento ai dettagli e fuori da tutti gli schemi. Salmo non fa Hip Hop, Salmo rappa su tutto quello che gli viene in mente, si produce le basi e prova, mischia e crea nuovi generi. Il risultato è un album maturo, da cui non si devono estrarre singoli per le radio, va ascoltato tutto d’un fiato e apprezzato nella sua incredibile complessità. Eterogeneo e al tempo stesso indivisibile, Hellvisback ha una partecipazione d’eccezione: Salmo ha chiamato a collaborare con lui alla batteria Travis Barker dei Blink 182, un vero ospite d’eccezione per un album eccezionale.
Tancredi Marini

 

L’ultima festa – Cosmo

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Otto tracce che contengono il mondo: le prese bene per le cose più belle e pure che accadono nella vita, le prese male per i grandi dubbi e drammi esistenziali comuni a tutti, tracce elettroniche che invitano a ballare col corpo se si è in pista e che fanno volare l’anima lontano se si è seduti o rilassati in qualche angolo buio, testi che alternano momenti criptici a momenti di lucido racconto e che sono applicabili alla vita di chiunque. Un disco talmente innovativo da risultare meraviglioso e che ha avuto, su chi scrive, lo stesso impatto di Anima Latina. Un disco totale, da mandare in loop e da scegliere come colonna sonora della vita. Scelto da Rockit come miglior disco dell’anno: Cosmo ha creato davvero un breve ma immenso capolavoro.
Enrico Guarducci

 

A means To No End – Destrage

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Quante band rock italiane possono vantare di essere sotto contratto con un’etichetta statunitense? Ben poche, e i Destrage sono una di queste. “A Means To No End” è il secondo disco per la label americana Metal Blade Records ed è il secondo strike che li porterà in tour con titani del metal progressivo moderno come Periphery e The Contortionist. Il gruppo milanese dà un colpo di reni ed alza l’asticella della difficoltà di esecuzione quanto della qualità delle melodie: se “Are You Kidding Me? No” viveva di una dualità intensa tra controtempi e funambolismi e la semplicità quasi bambinesca dall’anima più punk del gruppo, il nuovo cd arriva all’equilibrio tanto sperato tra le due anime e, quando si giunge alla sintesi, ne escono le migliori canzoni dell’album.
Edoardo Del Principe

 

Completamente Sold Out – Thegiornalist

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A sentirli nominare, per gli addetti alla scena indie molto più di quanto possa esserlo io, si pensa ad uno di quei gruppi che si è fatto strada, col tempo, in direzioni tanto ampie da diventare un “mainstream dell’indie” e fare, appunto, completamente sold out. Però, al di là delle etichette dal dubbio scopo, anche il quarto album del trio romano scorre autentico, vitale, e funziona a colpo di fulmine. Si regge tutto sulle nostre banalità fondamentali, grazie al tocco leggerissimo del tipico indie-pop malinconico e al tono scevro da pretese, mentre le parole si sentono, e sono belle, messe a disegnare quell’immaginario vagamente notturno, spontaneamente post-adolescenziale, romantico di sottofondo. Tutto insieme può fare da inno a noi che un po’ ci culliamo a vivere e un po’ vorremo qualcuno che sa già come si fa.
Debora Del Cogliano

 

Cuore d’artista – Noemi

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Per la quota pop italiano non può mancare “Cuore d’artista” di Noemi. Dopo l’esperienza elettronica di “Made in London” l’interprete si riavvicina alla melodia italiana con un album colmo di bei pezzi dalle firme prestigiose: “La borsa di una donna”, malinconico ritratto femminile realizzato da Marco Masini, “Fammi respirare dai tuoi occhi”, energetica canzone dalle sfumature rock firmata da Giuliano Sangiorgi ed “Amen”, preghiera laica ispirata anche dalle stragi di Parigi del 2015, mentre “Idealista!”, scritta da Fossati, descrive il carattere ribelle e disilluso di una trentenne. Cuore d’artista conta solo nove brani e, benché non tutti degni di nota, ognuno di essi rappresenta una sfumatura diversa della cantante, risultando un ottimo compromesso tra arrangiamenti raffinati e testi impegnati.
Lorenzo Algieri


Eos –
Jenny Penny Full

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Prima cosa da dire a questo album: grazie. Nel marasma di nulla, di ultime feste, di soldout che stava fagocitando dall’interno quello che è l’indie italiano, troviamo questa perla, fin troppo ben nascosta, purtroppo. Eos dei Jenny Penny Full è un viaggio meraviglioso tra distese di suono che fanno da panorama e suggellano una voce che ci lascia attoniti e stregati. Piccolo capolavoro.
Massimiliano Rrapaj

 

Cattivi Tutti Quanti – Progetto Panico

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Terzo album del trio spoletino, il secondo registrato insieme a Karim Qqru degli Zen Circus. Un mix di influenze che spaziano “da i Beatles ai Tool passando per Pupo” produce undici pezzi su cani bastardi, critiche al sistema discografico, amori in stand by (con la bella voce di Roberta Carrieri, che torna ancora una volta a dare una mano quando serve). Date fiducia alla copertina molto trash e senza sapere come vi troverete a gridare i ritornelli di questa palla di cannone punk.
Tommaso Juhasz

 

Lesbianitj – PoP_X

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Pop_X è l’emanazione musicale delle idee stramboidi di Davide, ragazzo di Trento, e di tre o quattro fuori di testa che gli girano intorno. Da molti è stato istantaneamente bollato come instant-trash, ma sotto un’eccessiva naïveté nasconde molto di più: una facilità di trovare ritmi e melodie catchy impressionante e liriche che se a primo acchito risultano senza senso, ad un ascolto più attento rivelano frustrazioni e demoni di un ragazzo di provincia. Tra le novità di questo disco rispetto alle canzoni di Youtube, l’uso del backward come strumento musicale, come Syd Barrett prima della pazzia, ed un approccio al cantato estremamente simile a quello di Biagio Antonacci. Insieme a tutto ciò le solite cose che ci piacciono: le melodie da cartoni anni ’90, i ritornelli da cantare in coro, la cassa dritta. Forse la presa in carico di questo Artista da parte di Bomba Dischi riuscirà a rendergli giustizia, essendo questa un’etichetta capace nel 2016 di andare a prendere Calcutta a Latina e metterlo negli studi milanesi di Quelli che il Calcio. Non mi stupirei se tra qualche anno Pop_X si qualificasse ultimo al Festival di Sanremo, con un pezzo destinato ad entrare nella leggenda.
Alessandro Pisello

 

Una Somma di Piccole Cose – Niccolò Fabi

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Una foto sul panorama agreste che si scorge dalla finestra di un casolare laziale dove Niccolò Fabi ha inciso e registrato, in completa solitudine, il disco della sua ultima maturità. In essa è racchiusa la dimensione intima da cui trae origine il lavoro, che prende le distanze dalla città disumanizzata che “ha perso” per riscoprire il valore delle “piccole cose”, descritte in liriche, compiute e dense come non mai, che sposano con naturalezza la veste acustica voluta dall’artista romano. Il debito nei confronti della migliore leva cantautorale internazionale, da Sufjian Stevens in giù, è palese, ma ciò non può essere che un vanto per Fabi, sopravvissuto alle ondate dell’hype passeggero per il semplice fatto di riuscire a volare più in alto degli altri. Nell’esaltazione dell’essenziale, l’inno al disimpegno “Vince chi molla”, conclusivo dell’album, incontra sommessamente, pianoforte e voce, la volontà di chi lo ha scelto come disco dell’anno.
Daniele Papasso


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