GARRONE REALISTA SULLA FINE INFUOCATA DEL FANTASY4 min read

Amministratore | 05-06-2015 | Cultura - Locomocinema


Mi è capitato di sentir parlare di “Tale of the tales”, il nuovo lavoro di Garrone, come di una “americanata fastidiosa” che “popolareggia” squallidamente la ricchezza dalle mille sfaccettature della nostra letteratura italiana, proponendo alcune delle storie che furono il successo del narratore fiabesco Giambattista Basilio (narratore la cui vena popolare, se pur raffinata, è peraltro indiscussa visto che “lo cunto de li cunti” è scritto in dialetto napoletano). Effettivamente l’ardita scelta fantasy incuriosisce se è un italiano a proporla sul grande schermo e soprattutto se viene dal Garrone che noi tutti siamo abituati a conoscere. Il realismo nudo e crudo, se pur spesso grottesco, a cui ci ha abituato potrebbe stridere non poco con il suo nuovo film. Nulla da dire, netto voltapagina di Garrone. E come tutti i radicali cambiamenti, questo può condurre ad esiti diametralmente opposti: ad un flop che si atteggia ad arie hollywoodiane appunto, o ad un esperimento dalla portata innovativa notevole. Le opinioni sono molteplici e discordanti, ma a prescindere da un giudizio personale ed emozionale, opterei senz’altro per la seconda ipotesi. Di certo ciò che più stupisce è che nel radicale cambiamento di genere e, forse sì, anche di pubblico, Garrone non abbandona le sue origini. Mi piace pensare che il suo intento sia stato proprio cercare una diversa via per arrivare allo stesso scopo. Il reale è reale, vederlo proiettato così come lo conosciamo forse non ci emoziona più, non ci fa più riflettere perché non richiede alcuno sforzo di astrazione. Ed è per questo che il più realista dei realisti ci svela in questo film un realismo ben più reale- mi si perdonino le ripetizioni- in quanto scovato nei meandri più nascosti di ogni singolo personaggio, paesaggio o castello fiabesco.

SPOILER ALERT

In maniera sbalorditiva, se Garrone mi ha insegnato qualcosa sulla bestialità, sulla crudezza, sulla bramosia e la cupidigia dell’animo umano, l’ha fatto senz’altro di più con “Il racconto dei racconti” che con altri suoi film.
Qui il grottesco e l’onirico, che trasparivano velatamente da alcuni altri lavori del regista, emergono prorompenti.
Quanto alla “americaneggiante vena pop” con cui si sarebbe tuffato nel fantasy, credo l’allusione non sussista neppure. Il suo è un fantasy volutamente molto più intimo e modesto ma assolutamente più meditato e ricercato, finalizzato ad uno scopo molto meno stupefacente e grandioso ma anche molto meno superficiale rispetto a qualsiasi kolossal americano fantasy.

In una narrazione dall’andamento circolare tre storie si incontrano e si sfiorano continuamente senza toccarsi. Vediamo allora una regina (magistrale Salma Hayek) talmente avida di maternità da divorare famelicamente, in una scena dall’impatto notevole, un cuore di drago per ottenere il suo scopo, non curandosi del sacrificio d’amore del marito che nello scontro con l’animale perde la vita; la stessa regina che proprio per il suo cinismo e malsano desiderio di spasmodico possesso perderà il figlio che aveva così tanto desiderato.
Un re (Toby Jones) che pur di far in modo che sua figlia non abbandoni mai il castello propone un quesito impossibile agli uomini del suo regno, in premio la mano della figlia. Lo stesso uomo che riversa un malato amore nei confronti di una mostruosa pulce gigante nascosta nella sua stanza; ed infine lo stesso che permetterà che sua figlia sia data in sposa ad un terrificante orco il quale è riuscito a svelare il quesito, solo per la lasciva debolezza priva di ragione di non poter venir meno ad una parola data, anche contro il bene della sua unica e cara figlia.
Infine un re (Vincent Cassel) maniaco del sesso, talmente preso dal desiderio per un’immagine idolatrata di donna dalla voce soave, di cui però non conosce le fattezze, da essere raggirato e che svegliandosi, dopo una notte di fuoco, si troverà nel letto con quella anziana donna che aveva visto in lui l’opportunità di una ritrovata giovinezza. Ed è proprio la bramosia della ricerca incessante del giovane, del bello e del rifiuto del tempo che passa al centro di questa storia. Due anziane sorelle dall’esistenza modesta e poco appagante che ansimano spogliate di ogni dignità umana per un ritorno contro natura alla giovinezza sfiorita troppo velocemente. Una di loro vi riuscirà e sposerà il re grazie alla sua ritrovata bellezza, quella bellezza che di nuovo sarà destinata a dissolversi così velocemente. L’altra, accecata dall’invidia e dalla disperazione, penserà bene di farsi scorticare la pelle sperando così di ottenere giovani fattezze. Niente più di questa immagine può spiegare a quale punto di insensata e delirante follia può portare la mente umana guidata dal desiderio di superare la propria stessa umanità. Nessuno in queste storie si salva, nessuno ne esce redento, è il funerale dell’ amore e dei buoni sentimenti. All’abbraccio dell’ orco con la principessa, unico momento in cui sembra trasparire un briciolo di umanità dietro la bestialità, segue la morte repentina e ormai insperata di questo, sgozzato per mano della fanciulla brutalmente istruita alla giungla della vita.
A chiudere la cornice narrativa dei racconti è l’immagine di un funambolo sospeso nel vuoto su di una corda infuocata. È la chiusura perfetta di una storia che è tutta un circo felliniano di personaggi, immagine allusive e funambolesche emozioni.


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