Fotografia, storie ed emozione7 min read

Dario Bovini | 30-11-2014 | Cultura - Locale

Si è concluso ieri, 24 novembre, il Perugia Social Photo Fest, mostra di fotografia internazionale che ha messo al centro dellobbiettivo situazioni di disagio, di malattia e di emarginazione. Quelle situazioni a cui la maggior parte delle persone ogni giorno evitata di pensare e che, invece, hanno bisogno di attenzione e di partecipazione per essere risolte. E se a volte servirebbe lintervento di personale specializzato, più spesso il contributo volontario di una persona qualunque basterebbe per dare un grande aiuto a chi ne ha bisogno.

Il tema di questanno è stato la “Resilienza”, parola che nella sede espositiva di Palazzo della Penna si ricollega ad unaltra: Resistenza. Quella raccontata dalla precedente mostra fotografica (“R-esistenze. Umbria 1943-1944” a cura di ISUC) durata fino al mese scorso, quella della lotta partigiana di Liberazione dal regime nazi-fascista, una parola che, erroneamente, viene usato oggi come se appartenesse solo al passato e alla memoria.
Al contrario, le foto esposte al Perugia Social Photo Fest, provenienti tanto dal nostro Paese quanto da diversi angoli del mondo, hanno testimoniato il contrario: che di persone che devono “resistere” tutti i giorni ce ne sono ancora tante. Ma non si tratta di una resistenza armata, anzi nelle foto compare un mondo di persone inermi, la cui condizione costringe ad affrontare quotidianamente le privazioni della povertà, lemarginazione sociale, la violenza domestica. Oppure un nemico che non si riesce neppure a vedere, neppure a comprendere osservando dallesterno, ma di cui si avverte chiaramente la presenza come fosse un muro che separa dalle persone che si hanno intorno. Si tratta del muro costruito dalle patologie mentali e dalla disabilità attorno a chi ne è affetto, che rende difficoltosi anche i più semplici legami con lesterno, impossibile da superare per una persona sola senza un aiuto, come una fune lanciata dallaltro lato del muro alla quale aggrapparsi per scavalcarlo e sporgersi oltre la cima.

 

Sono stati presentati in concorso 117 progetti fotografici, realizzati tanto da professionisti quanto da amatori, ma solo alcuni di questi sono stati premiati dalla giuria del Festival ed esposti al pubblico, ognuno preceduto da un pannello che ne raccontasse la storia e ne spiegasse lo sviluppo.

Sarebbero troppo lunghe da raccontare qui e ora tutte le immagini della mostra, descriverò di seguito solo alcune delle raccolte.

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I nostri unici incontri con questi abusi avvengono vedendo le vittime durante il giorno, dopo aver sofferto. Questo progetto è un punto di partenza perché ho testimoniato l’intera relazione di Maggie e Shane, da un mese dopo l’inizio del loro corteggiamento, fino alla sua fine, che ha lasciato lei coi lividi e lui con le manette.

Il primo, opera di Sara Naomi Lewkowicz, si intitola “Shane and Maggie”, ed è costituito da immagini con didascalie della vita quotidiana di una coppia di ragazzi newyorkesi. Lei con già due figli piccoli da mantenere, avuti da un precedente matrimonio, lui ex-galeotto appena uscito dal carcere. Le cose cominciano bene, nei primi scatti sono felici, lui si fa tatuare sul collo il nome di Maggie dopo un mese dallinizio della loro storia. Ma le cose non durano, gli scatti successivi immortalano litigi davanti ai bambini, e anche scene di violenza. La situazione precipita da una foto allaltra, diventa insostenibile e Maggie chiama la polizia. Shane torna in carcere mentre lei parte con i bambini per lAlaska, per raggiungere lex-marito, un militare obbligato dal lavoro a trasferirsi lì, con il quale ha ripreso i contatti e deciso di ricostruire un rapporto duraturo, un lieto fine questa volta speriamo.

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La maggior parte dei giovani della mia generazione è cresciuta senza uno o entrambi i genitori. È triste che sin da bambini, dobbiamo accettare l’assenza come un male necessario.

Il secondo progetto, di Miryam Meloni, non ha didascalie sotto le foto, sono solo immagini provenienti dalla Repubblica della Moldavia che parlano da sole, raccolte sotto il titolo “Behind the absence”. Sono immagini che denunciano, senza poter trovare colpevoli, la situazione di un Paese che non ha i mezzi per tutelare linfanzia e la crescita delle sue future generazioni. Ritraggono la realtà dei tanti, tantissimi bambini e adolescenti troppo piccoli per crescere senza né padre né madre, affidati a nonni spesso troppo anziani per fare nuovamente i genitori, dopo che gli adulti della famiglia sono stati costretti ad emigrare in cerca di un lavoro per sfamarli.

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“Posso fotografarti?”

Sullo stesso tema, immortalata da Irina Popova con il titolo “Another family”, era esposta la storia di Anfisa, bionda, angelica bambina di una coppia di ragazzi punk russi, Lilya e Pasha. Vivono in una casa popolare, assieme ad altre persone sempre ubriache o drogate, con musica ad alto volume per tutto il giorno, bottiglie vuote lasciate in giro e sporcizia. Nel loro appartamento pesanti tende scure rendono indistinguibile il giorno dalla notte in unoscurità permanente, Lilya e Pasha ne escono solo per elemosinare i soldi necessari a comprare altri alcolici. Ma nonostante tutto ciò, si occupano con amore della bambina, la proteggono dai pericoli, la accudiscono, e lei dorme serena incurante della musica terribile. Va allasilo, ha imparato a parlare e sembra crescere normalmente, solo il suo sguardo è più serio di quello degli altri bambini con cui gioca.

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“Picture You, Picture Me”

“Picture You, Picture Me” è il nome del progetto fotografico che vede come autrici ed allo stesso tempo protagoniste Emer Gillespie e sua figlia Laoisha, affetta dalla sindrome di Down. Da quando lei aveva sei anni, sua madre lha coinvolta in unattività nata forse per gioco che poi hanno deciso insieme di portare avanti. Una fotografa laltra, e subito dopo si scambiano i ruoli, chi ha appena scattato la foto assume la stessa posa di chi ha fotografato e si fa immortalare. Poi mettono i due scatti uno di fianco allaltro e si osservano. Così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, Emer e Laoisha hanno costituito un album di famiglia speciale, che accompagna entrambe nella crescita e nello sviluppo di un rapporto di affetto e di fiducia sempre più profondo.

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“Le tocca, le cose, senza sapere bene come fare, come fosse sempre la prima volta. Con meraviglia, con esitazione. Come se sapesse che appartenere alle cose rende più felici che possederle, che toccare non è sempre bello come desiderare di farlo, che quello che la attira è meglio che resti lì dov’è. Deve essere per questo che le piacciono tanto la luce, l’acqua, le ombre, le cose che cerca continuamente di toccare. Le piace tutto quello che le sfugge.”

Questa invece è la storia di Monia, anche lei è disabile, “vive di abitudini, di gesti semplici e lunghi momenti in cui non cè parola né azione” in “un mondo distante da tutto, solitario, confinato, ma non vuoto; dove il tempo è fatto di attimi, un presente che non ha bisogno di proiettarsi nel futuro” dice suo fratello Giovanni Cocco, autore degli scatti. Li ha realizzati perché facessero da tramite verso di lei, che sfugge agli ordinari modi di relazionarsi con gli altri. Le foto diventano per lui un modo per cercare di capirla, di comunicare, di interpretarne lumore e i desideri. Un modo per riuscire ad entrare nella vita di lei, silenziosamente, col tempo necessario a percorrere la distanza insondabile e indecifrabile che lo separa da Monia da quando è nata.

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When the others go away.

Simone Cerio, fotografo per il progetto internazionale di fotogiornalismo Parallelo zero, si è imbarcato in un viaggio diverso dai tanti altri che per il suo lavoro ha già fatto, insieme ad una persona che ha fatto una scelta particolare, la parola giusta per descriverla è: coraggiosa. Il compagno di viaggio di Simone si chiama Davide Luppi, è il primo chirurgo specializzando italiano che, tramite luniversità dove ha studiato, ha deciso di portare a termine la sua specializzazione in medicina durgenza con un esperienza sul campo lunga 6 mesi, in un ospedale di Emergency a Kabul, Afghanistan. Le immagini che hanno riportato in Italia al termine di questo periodo possono sembrare simili a tante altre che si possono trovare su internet o sui giornali di quella zona di guerra. Immagini di civili, bambini, rimasti vittime delle mine, degli scontri a fuoco, degli attentati e degli incidenti. Eppure cè una grande differenza rispetto a tutte le altre nel modo in cui sono state scattate e messe in fila queste foto, diventano un esempio, una sfida. Vengono a noi attraverso gli occhi di chi si è messo in gioco in un territorio sconosciuto, per portare a termine un lavoro delicatissimo e complicato contro mille difficoltà, con emozione.


Dario Bovini

Dario Bovini

In redazione dal 2014, cura la pubblicazione degli articoli su questo sito e ricopre la carica di Vicedirettore editoriale da dicembre 2016. Umbro, è appassionato di Archeologia industriale e di Storia e Cultura locale. Studia Ingegneria Meccanica ed è membro del Comitato di selezione del Perugia Social Film Festival dalla sua prima formazione.