Forse non è la felicità ciò che voglio ma un percorso per raggiungerla9 min read

Marco Meniconi | 16-04-2017 | Cultura - Musica

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Intervista ai FASK – La crescita e il viaggio che ha portato i Fast animals and slow kids dai festival locali umbri ai palchi più importanti in Italia

M: È uscito il nuovo album “Forse non è la felicità”, come ti senti? Com’è l’ansia?

A: L’ansia è sempre meravigliosamente alta, a dire la verità, perché non ci si abitua mai, ne stavamo riparlando anche un paio di giorni fa quando siamo tornati in sala prove. In realtà non siamo mai usciti dalla sala prove, però adesso stiamo ricominciando a provare per il tour quindi se ne riparlava, ci dicevamo: ma è mai possibile avere l’ansia sia per la sala prove, che per il tour e per il concerto, ma basta, ma che sega. Quindi sì, l’ansia è ufficialmente molto alta. Questa è la risposta, per tutto.

M: Parlando dal punto di vista musicale, qual è stato il percorso che vi ha portato da “Alaska” a “Forse non è la felicità?”

A: In realtà è un po’ come tutte le scelte che riguardano i Fast animals, sono molto fisiologiche, nel senso che cerchiamo sempre più di togliere filtri e limiti personali, vogliamo scegliere sempre più d’istinto. Che non significa automaticamente scegliere a cazzo, ma non ragionarci troppo, perché molto spesso ci è successo, anche in tempi passati, che prima di ottenere qualcosa ci mettevamo una vita, ci facevamo mille paranoie inutili. Questo si ripercuoteva sia in termini di tempo, sia in termini di tranquillità interna. Essendo una band che sta tanto insieme si ha tanto tempo per litigare, quindi se riesci ad essere più puro e istintivo, in realtà ne giova tutto. Ci siamo approcciati a questo disco con la stessa purezza e con l’esperienza maturata negli ultimi 5 anni. Siamo stati sempre in tour e non abbiamo fatto che concerti ma alla fine siamo tornati a casa a suonare in sala prove. Mentre tornavamo dai concerti, in una pausa tra un live e l’altro, mentre eravamo in albergo, abbiamo scritto le canzoni, le abbiamo provate a casa, abbiamo finito il tour, abbiamo registrato il disco nuovo, il tutto mentre stavamo in una marcia continua.
Quest’anno ci ha aiutato molto il fatto che ci siamo detti “ok perfetto, stop, fermiamoci, a tempo indeterminato” . La nostra idea è stata “finché non troviamo qualcosa che ci convince in termini sonori, musicali, non andiamo avanti, deve essere qualcosa che ci muove come hanno fatto tutti gli altri dischi, deve essere una roba emozionante per noi soprattutto”. L’idea originaria era di fermarci per due, tre anni, non sapevamo neanche noi quanto. Era questo lo slancio. Siamo andati in sala prove per suonare, come agli inizi che hai la tua band e ti da gusto soltanto stare lì con gli altri a bere birra, ridere, suonare musica che ti può piacere.
Con lo stesso slancio e con tutto questo tempo a disposizione ci siamo approcciati a quello che veniva fuori in sala prove e abbiamo fatto prima, molto prima di quanto ci aspettassimo.
Quindi l’approccio è stato questo, assolutamente puro e istintivo, ci tengo a sottolineare questo aspetto qua, perché è quello che sentiamo nel profondo del nostro cuore, in questi giorni in cui stiamo parlando del disco e lo stiamo riascoltando.
Dopo una serie di sessioni uno stacca la testa e riprende dopo un po’ e ora lo stiamo riprendendo appunto perché lo vogliamo riarrangiare e perché vogliamo convincerci delle cose presenti. Ci rendiamo conto che abbiamo fatto un lavoro, più che sulla registrazione, su noi stessi, siamo riusciti a togliere le parti pesanti e ad andare in maniera proprio libera.

M: Hai detto che in questi 5 anni non vi siete praticamente fermati, con i ritmi del mercato musicale di adesso è un tempo relativamente breve per fare 3 album, questo non vi ha portato qualche difficoltà dal punto di vista psico-fisico o artistico?

A: Psico-fisico sì, dal punto di vista artistico fortunatamente no, perché riusciamo ancora a tutelare la nostra integrità, da un punto di vista artistico noi non abbiamo filtri, l’unico filtro reale siamo noi e le nostre teste che ragionano sul pezzo, non abbiamo un’etichetta, stiamo in un mondo indipendente dove facciamo il cazzo che ci pare. Non abbiamo mai avuto problemi dal punto di vista artistico. Psicofisico sì. In generale vivi una continuità spazio temporale abbastanza alterata. Perché siamo 4 giorni sul 6 nel furgone, dormendo 3 ore a notte, guidando 600-700 km a notte, questa cosa dopo un po’ diventa pesante. 105 date in un anno anno non sono 105 giorni ma sono 210, il doppio. Arrivi, monti, suoni, dormi 3 ore e poi riparti per tornare a casa, e molto spesso sono 2, 3, 4 giorni di fila . Insomma, diventa stancante.
In realtà in un tour la parte più difficile è mantenere la concentrazione ed essere sul pezzo, suonare bene ogni sera, anche quando sfinito devi attivare quello switch che quando sali sul palco ti permette di dire: “ok adesso la mia vita è questa cosa qui, il palco, sii libero, sii te stesso e vola”.

Questa cosa della stanchezza fisica in realtà l’abbiamo un po’ accusata nel tempo, ci siamo fermati anche per questo.

Dopo tutte queste date, dopo questi 5 anni, abbiamo caricato tanti di quei furgoni e fatto tanti di qui chilometri che ci siamo detti “forse ci prendiamo una pausa”. Pensavamo che sarebbe stata più lunga in realtà, solo che ci da gusto suonare quindi… (ride)

M: “Alaska” finisce con “Gran final”, ci siamo lasciati con un “Finché rido resto in piedi/ al futuro sputo in faccia” invece con “Asteroide” cantate “Di lacrime hai sotterrato un sogno/ un brindisi alla sete che hai vissuto/ amico mio potevi fare tanto/ ma è un diavolo che slega il nostro istinto” cosa è successo?

A: È una presa di posizione, come prima, è abbastanza fisiologico. Dopo una decadenza, dopo un periodo scuro, c’è sempre una presa di coscienza che arriva, e questa è una presa di coscienza che può riemergere dai sentori di tristezza, ma non è una tristezza disperata come prima, adesso stiamo parlando di una malinconia, di una nostalgia.
In parte di questo si parla, di errori, di mancanze, di disperazioni che esistono nella vita, che vengono vissute ma che poi vengono accettate e metabolizzate.
È un approccio quasi nostalgico a tutto.
“Di lacrime hai sotterrato un sogno”: ti sei disperato per anni e anni ed hai inseguito un sogno ma la realtà è che le cose vanno così, devi sotterrare quel sogno perché evidentemente non era il sogno che volevi veramente, adesso sei cosciente di questa cosa, ok, sei nostalgico ma è un cambio radicale.

M: Passando a delle domande un po’ più personali, io vi avevo scoperto nel lontano 2012 all’Antifestival di Trevi, aprivate agli Zen Circus. Siete passati dal suonare in mezzo ai campi di grano al fare sold out all’Alkatraz, da allora cos’è cambiato?

A: A parte che magari tutti i campi di grano fossero come l’Antifestival, che è un festival pazzesco e magari fosse il posto peggiore dove suonare. Ci sono ristoranti di carne e di pesce dove ti ritrovi a suonare e ti chiedi “dove cazzo sono?”.
Comunque non so che cosa sia cambiato, in ogni concerto abbiamo imparato qualcosa, da lì all’Alkatraz sono passati tanti tanti concerti, dove abbiamo imparato sempre di più come si sta su un palco e tante cose che ci hanno permesso di migliorare il concerto. Di questo ce ne siamo accorti durante gli anni, la gente che ti viene a sentire è portata a scegliere “mi è piaciuto o non mi è piaciuto?”
Non può dire semplicemente “fa schifo”, a volte piaci a più gente perché hai suonato meglio. Col tempo questa gente a cui era piaciuto il concerto lo dice ad un altro amico e così via.
Alla fine i posti si sono ingranditi piano piano, e finisci all’Alkatraz. Qualsiasi piccolo posto dove siamo passati è stato parte del percorso, l’Antifestival…

M: San Cataldo.

A: San Cataldo! Quanti eravamo? Tour di Alaska e saranno state 4 persone.

M: E avete spaccato lo stesso.

A: Perché è il nostro lavoro, è la nostra passione e noi siamo fortunati, adesso siamo delle persone che possono vivere con la musica e fare dei concerti. Ma se non sei nemmeno carico, se non stai dando tutto al 100%, che stai facendo? C’è gente che deve fare dei lavori di merda tutta la sua vita e si incazza ogni mattina e io mi posso svegliare pensando “tra 20 giorni risalgo sul palco”, se non arrivo carico mi dovete prendere a calci nel culo.

M: Questa è una domanda standard invece, che facciamo a tutti i nostri ospiti, siamo un giornale universitario e ci interessa sapere la vostra vita dal punto di vista accademico e soprattutto se e quanto l’università ha influito nei lavori dei Fast animals and slow kids. Cosa studiate?

A: Io ho fatto biotecnologie, mi sono laureato alla triennale dopo di che durante la specialistica ho dovuto interrompere, non riuscivo più a seguire le lezioni, a malapena riuscivo a seguire una a settimana. Mi piaceva molto studiare, è una cosa un po’ nerd da dire, non molto rock n’ roll ma mi piaceva molto biotecnologie.
Poi c’è l’orsetto (Alessandro Guercini), fa ingegneria. Alessio faceva – non mi ricordo cosa – Scienze della comunicazione o qualcosa del genere e poi ha smesso, Jacopo invece no, lui ha sempre lavorato come fonico qua e là, è sempre rimasto nell’ambito della musica.
Il nostro percorso accademico è stato importante. Per esempio dico sempre che il fatto che anche solo il sopportare alcune cose che non sono belle della musica, le sopporto perché ero abituato a studiare il sabato sera oppure mi dovevo fare le mangiate per un mese di chimica organica mandando a fare in culo tutto il resto della società. Questo è un po’ come quando uno lavora. In parte l’università è un lavoro, fico, ma è un lavoro che ti insegna ad avere degli obblighi, gestire delle tempistiche e questo è un bagaglio che l’università ti lascia per sempre. L’impostazione del “ci svegliamo alle 7 del mattino anche se siamo andati a letto alle 4 e guidiamo quel tot di chilometri perché dobbiamo fare un sound check per bene.” È un’impostazione che mi ha dato l’università, perché volevo dare bene gli esami e volevo studiare tanto e allo stesso modo anche gli altri. Comunque sia tra lavoro e università si parla sempre di un inquadramento mentale che oltre al saper fare musica, ci deve essere.
L’idea dell’artista maledetto, del rocker che va in giro e si ubriaca, in realtà è una cazzata. Non reggi se fai così.

M: Ultima domanda alla Gigi Marzullo. Fatti una domanda e datti una risposta.

A: Come andrà il concerto a Perugia?
Non lo so, c’ho un po’ d’ansia.


Marco Meniconi

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