Enough. Quando il Mondo soffre.11 min read

Amministratore | 22-12-2014 | L'indignato del mese

INIZIA UN NUOVO GIORNO, è la voce di mia madre e dei miei fratelli a svegliarmi. Ho dormito poco, perché la Chimica con tutte le sue formule risulta difficile da ricordare e quello di oggi voglio che sia un bell’esame. Anche perché quando uscirò da scuola, finalmente mi riposerò un po’, studiare questi giorni una materia che non mi piace è stato difficile. Scendo giù in cucina per colazione, vado a prepararmi per scuola, ripeto mentalmente le ultime cose mentre afferro le mani dei miei fratellini, che vengono a scuola nel mio stesso istituto, saluto mamma ed esco. Con i miei cugini più grandi camminiamo per la strada come sempre piena di gente anche di prima mattina, tra i tanti pensieri in testa papà è un chiodo fisso, perché quando ci svegliamo lui non c’è mai, è già al lavoro. Raggiungiamo la nostra scuola, i miei fratelli la vedono quasi come un gioco, io quest’oggi come una sfida: varco la soglia dell’aula, saluto i miei amici e mi siedo al banco, sento studenti che ripassano ed altri che pregano, voglio ed anzi devo dimostrare a me stesso e a quel professore dietro la cattedra che ne so di Chimica quasi quanto lui, se non più. Mi ritrovo il foglio davanti e quel che posso fare è cercare di fare del mio meglio per portare a casa dei risultati soddisfacenti: osservo più e più volte l’orologio appeso in alto nell’aula, per una volta riuscirò a regolarmi coi tempi?
No. Perché il tempo si ferma, alle dieci e trenta.

Alle dieci e trenta di mattina sentiamo grida, accompagnate da ruggiti di uomini ed armi. Quell’eco dell’orrore ci fa gelare il sangue nelle vene impedendoci di alzarci, soffoca parole e lacrime impedendoci di metterci in salvo. In quei pochi minuti prima che irrompano nella nostra aula, mi guardo attorno, sguardi assenti, penne basse e fogli bianchi sul banco. Non so a cosa stiano pensando gli altri, io ai miei fratellini, e se non fosse che sono pietrificato sulla sedia, correrei da loro e farei il possibile per liberarli, come farei per i miei amici, cugini, professori. Salverei tutti da questo inferno di grida ed armi e sarei un eroe, come lo è mio padre, che difende la nostra città. Purtroppo sono un ragazzo di quattordici anni, di quattordici dannatissimi anni che è costretto a subire le scelte dei grandi ed ora è la porta della nostra aula ad essere sfondata dai calci di alcuni uomini, in divisa militare, puntano quei mostri in lega contro di noi. Non guardo i loro volti, né quelli dei miei compagni, i miei occhi sono in fondo alle canne di quelle armi, che per la prima volta mi ritrovo puntate contro. La testa è sgombra dalle formule di Chimica, e da qualsiasi pensiero. In una frazione di secondo, nemmeno sto a sentire cosa ci urlano contro, una pioggia di metallo investe tutti quanti. Gli ultimi ricordi che ho sono i miei amici che cadono ed infine, io con tutta la famiglia a cena. Poi il buio.

Centoquarantuno morti e più di centoventi i feriti. Numeri a parole, perché a volte ci si ritrova a leggere la cifra e ci si ferma al simbolo, lo si fa in fretta, qui invece è necessario fermarsi qualche istante in più. Questo il bilancio delle vittime del 16 dicembre scorso nella scuola sulla Warsak Road, istituto gestito dall’esercito di Peshawar, in Pakistan. Ed è un conto ancora troppo incerto ed amaro per poter esser dato con la più assoluta certezza: più della metà sono bambini e ragazzi con un’età compresa tra i sei e diciassette anni. A quell’età non si muore, a quell’età si sogna, si sorride, ci si innamora e si gode appieno del proprio diritto alla vita. L’unica colpa di tutte quelle persone, insegnanti e studenti, è stata essere nel luogo sbagliato al momento sbagliato, se la si può chiamar colpa, considerato il fatto che la scuola tutela le generazioni del domani e loro erano lì per questo. A chi si è salvato dalla furia omicida che per ben nove ore ha attanagliato la scuola di Warsak Road, la sorte pare non esser più clemente di quella dei morti: scene raccapriccianti vengono riportate dai sopravvissuti, la maggior parte feriti, spettatori di violenze inaudite, disumane. Quei nove uomini, se così li si può chiamare, armati che hanno fatto irruzione nell’edificio ed iniziato la carneficina sono stati annientati dai corpi speciali dell’esercito pakistano, i quali poi hanno messo subito in salvo chi nel domani ormai non ci credeva, e forse anche tutt’ora, non ci crede più.

Lo sconcerto, la rabbia, la derealizzazione: sono sentimenti comuni in Pakistan ed in tutto il resto del mondo venuto a conoscenza di questo triste capitolo della storia dell’umanità e la responsabilità dell’attacco non può esser di certo soltanto limitata a quei nove folli che, senz’anima e senza sentimenti, sono andati a distruggere le vite di centinaia di persone. Difatti, quasi fosse un vanto personale, il tutto è stato rivendicato dal Movimento dei talebani del Pakistan, Tehrik-e-Taliban Pakistan ( TTP). Quella pioggia di metallo ha bagnato del proprio sangue e di quello dei compagni, colleghi ed insegnanti centinaia di innocenti, le esplosioni hanno lacerato i loro corpi. Chi è sopravvissuto racconta incredulo di professori e maestre bruciati vivi e di spari anche sui cadaveri di chi a terra si trovava già, perché il terrore e lo smarrimento di se stessi sono ingredienti fondamentali per incutere nelle menti di chi vive e muore la folle idea che tutto quello in cui credono è sbagliato e che non è studiare che ti rende grande, ma lo è la violenza.
Ho esordito con un racconto in prima persona, questo perché non dobbiamo assolutamente sentirci lontani da quel che è accaduto, perché quel che è successo in Pakistan ci tocca. Anche se non siamo stati noi a ricevere direttamente quei millimetri di piombo in corpo, ditemi se non è proprio una sensazione di qualcosa che sanguina quella che proviamo addosso nell’apprendere che nel 2014 si muore ancora bambini, si muore ancora innocenti, si muore ancora perché altri usano la violenza come mezzo e come fine a nostro danno. Tutti siamo, o siamo stati, studenti che lottano per il proprio futuro, allenandoci sin da tenera età in quella palestra di vita che è la Scuola; tutti ci rechiamo, o recavamo, in un istituto con la consapevolezza di dover far del nostro meglio, o quasi, per noi stessi e le nostre famiglie, con l’assoluta convinzione che finita scuola si torna a casa e i giorni passano, belli o brutti che siano. Qui si sta parlando di vite interrotte sul nascere del loro corso, tavole vuote duranti i pasti, esistenze svuotate dalla imperdonabile ed ingiusta assenza di figli, mariti, parenti. Non posso permettermi, da persona estranea ed ignorante come la maggior parte di chi apprende la notizia, di entrare nei meriti di tutta la situazione del Pakistan, situazione complessa che da anni ed anni ormai è una continua guerra basata sul chi scuote più, con la violenza, gli animi dell’altra parte. Posso soltanto riportare quanto hanno affermato i talebani TTP nel rivendicare l’attacco: volevano far provare lo stesso dolore che hanno subito loro perdendo le persone amate, in seguito agli assalti degli eserciti pakistani ed americani a loro danno in questi mesi.
Mi chiedo come sia possibile non comprendere una, almeno a me, ovvia verità: non sarà quel pezzo di metallo in fondo al petto di un bambino a ridarti indietro chi ami. Come fai a premere il grilletto contro una persona che piange, e non ha colpa. Chi ha scelto di diventare servo di un’ideologia basata sulla violenza e sulla negazione di diritti fondamentali, come lo è chi decide di schierarsi dalla parte dei talebani, ha fa
tto una scelta che comporta i suoi rischi. Attaccare una scuola soltanto perché chi la frequenta è di una vulnerabilità sconcertante, è da vigliacchi. Ed è per questo che il Mondo deve fermarsi un attimo. Non è il primo attentato di matrice terroristica ai danni dell’Umanità tutta, e non sarà purtroppo nemmeno l’ultimo.

In fondo alla penisola araba vi è uno Stato, lo Yemen, vittima lo stesso 16 dicembre 2014 di un atto di violenza, in cui a rimetterci sono sempre gli innocenti. Non è ancora certo chi sia il responsabile dell’esplosione delle due autobombe piazzate a Radaa, una vicino alla casa di un funzionario del governo vigente, l’altra in un posto di controllo di un quartiere sciita. Il conflitto che ha portato a questo ennesimo orrore è quello che coinvolge gli sciiti del nord ed i sunniti del centro-sud, anche questa volta a pagare l’amaro prezzo con la propria vita sono venticinque persone, di cui quindici sono bambine di scuola elementare, a bordo di uno scuolabus, il quale passava nei pressi della zona sciita.

Il mondo soffre con il Pakistan e lo Yemen, lo fanno le principali istituzioni e lo fa anche Malala Yousafzai, la giovanissima diciassettenne insignita proprio nel 2014 del Premio Nobel per la Pace, per la sua lotta senza sosta nel corso degli anni proprio contro i Talebani TTP, i quali negano alle donne diritti civili ed il diritto allo studio. Malala non è di certo Premio Nobel unicamente per aver scritto un blog denunciando i crimini del regime contro le donne o per esser sopravvissuta ad un proiettile che, in un attentato del 9 ottobre 2012, le ha ferito la testa, provocandole lesioni gravissime; è simbolo della Pace per aver portato avanti una guerra senza violenza, costantemente, sin dall’età di undici anni, continuando comunque con coraggio e costanza anche, e soprattutto, dopo gli eventi che l’hanno ridotta in fin di vita.

E forse dovremmo tutti imparare da questa ragazza: dicono che con occhio per occhio si trova rimedio ad ogni conflitto, perché una delle due parti prima o poi cede, dinnanzi al dolore. Con occhio per occhio il mondo diventerà cieco, non c’è futuro quindi, per nessuno. Penso che il miglior modo di risolvere i conflitti sia a parole, perché per quanto possano sembrare inutili, sin dall’alba dei tempi son state più forti di qualsiasi arma esistente. Solidarietà tra popoli e collaborazione possono essere, a mio avviso, la soluzione più rapida ad ogni tipo di contrasto, purché siano condivise da tutti e costanti. Cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo e nel nostro Paese, per non restare impotenti dinnanzi a scempi del genere? La prima cosa che possiamo fare è imparare ad utilizzare in modo corretto la parola “ fine”: fine non è quando uno o cento aspetti della nostra vita non vanno, il nostro cuore batte e noi continuiamo a vivere, ci è data la possibilità di poterci riscattare, di scoprire se quello che stiamo vivendo sarà un buono o un cattivo giorno. Fine è quando la violenza ci toglie i diritti fondamentali alla vita, quando non ci è data più la possibilità di costruire il nostro domani, come è successo a quei ragazzi, a quegli insegnanti: quei bambini non sapranno mai se riusciranno a diventare quello che sognavano, quegli uomini e donne non riabbracceranno più le loro famiglie.
La seconda battaglia che possiamo portare avanti da lontano per migliorare questo mondo che a quanto pare fa un passo avanti per farne dieci indietro, è quello di difendere i nostri diritti, come cittadini e come studenti, perché anche il Diritto allo Studio è importante e, in particolare in Italia, va difeso con le unghie e con i denti. Siamo persone che hanno la possibilità e meritano di studiare per poter accrescere il proprio bagaglio culturale, perché abbiamo l’opportunità di vivere il futuro, e lo vogliamo alla nostra altezza. Non vogliamo un futuro incerto, non vogliamo sentirci apatici dinnanzi ad un libro perché sappiamo che non ci darà prospettiva di vita un domani. Noi vogliamo il domani che a quei bambini pakistani è stato negato, vogliamo cambiare il mondo, o una sua infinitesima parte, esattamente come probabilmente volevano loro. Difendiamo questo nostro diritto, che certe volte ci sembra qualcosa di talmente distante e poco importante che ci rifugiamo in tante altre realtà. Negli attentati molto spesso si sceglie di colpire i più giovani perché è qualcosa di estremamente doloroso, ma si scelgono le scuole soprattutto perché si ha paura dell’istruzione, che è decisamente il primo modo per emanciparsi, distinguersi, avere una visione oggettiva della realtà. Chi colpisce una scuola lo fa perché teme che tramite quell’istituzione i loro nemici possano diventare più difficili da abbattere, ma temono anche per i loro alleati, perché potrebbero comprendere che la violenza è inutile. Scommetto che una bambina, un ragazzo o una ragazza, il cittadino di domani, non ti dicono che vogliono vedere persone soffrire perché la pensano in modo differente: il loro sogno è correre su un prato senza paura di morire. Smettere di sentire quegli striduli d’armi ed esplosioni, i giovani sognano di vedere le lacrime segnare il viso dei tuoi cari. Ma non di dolore. Di gioia.


Amministratore

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