DIARIO ERASMUS, CHINA EDITION4 min read

Simone Buccilli | 21-04-2017 | Cultura - UNIVERSITÀ

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Approfittare dell’opportunità concessa dall’UniPG di trascorrere un intero semestre in Cina cambia la vita. Ho sempre desiderato poter studiare in questo luogo così lontano e diverso da noi e alla fine è arrivato il momento di prendere passaporto, visto e bagagli.
L’iter burocratico è iniziato lo scorso febbraio con la pubblicazione del bando degli “accordi quadro” tra il nostro Ateneo e le sedi partner estere. Tra le sedi partner (Chongqing University of Arts and Sciences, Henan Agricultural University, Qindao College of Qingdao Technological University, Qingdao University of Science and Technology (QUST), Qingdao Technological University, Sichuan College of Tourism e Sichuan Normal University) la mia scelta è stata fin da subito tra la Qingdao University of Science and Technology. Qingdao, o Tsingtao, è una città dello Shandong situata sul Mar Giallo, a metà strada tra Pechino e Shanghai e con oltre 9 milioni di abitanti. Nonostante la sua storia (è stata colonia tedesca fino al 1919) e la sua importanza in Cina, in occidente è poco nota, se non per la birra Tsingtao, facilmente reperibile nei ristoranti cinesi presenti sul nostro territorio.
La Cina o la si ama o la si odia, non è possibile avere una posizione intermedia. Non è semplice arrivare in Cina e odiare ciò che questo paese è: cibo, cultura, tradizione, costumi…“Cina” è una parola che racchiude in sé molti aspetti che arrivano da più fonti del sapere, non è solo quell’area geografica posta ad oriente in cui vivono oltre 1.5 miliardi di persone, ma molto di più.
Appena arrivato a Qingdao dopo un viaggio di circa 26 ore che mi ha portato da Roma ad Amsterdam, poi a Guangzhou ed infine sono stato letteralmente catapultato all’interno di un campus di oltre 12000 studenti. Si sa che i cinesi non sono noti per la tranquillità e l’ordine, tanto che ad accogliermi fin dall’arrivo all’aeroporto regnava un continuo strombettare di clacson di autisti spericolati ed entrato in casa l’ambiente era ben lontano dagli standard di ordine italiani. A questo punto, mi ha assalito una domanda: resto o scappo? Questo quesito mi ha accompagnato fino al giorno successivo, quando mi sono dato una risposta: “ho fortemente voluto essere qui, mi piace la cultura cinese e non saranno di certo un po’ di polvere ed incrostazioni a farmi fuggire…”.
Fin da subito ho trovato molto accogliente il modo di fare dei cinesi. Nei confronti degli ospiti (così mi consideravano in Cina) sono sempre gentili e premurosi. Ogni momento è buono per sentirsi in famiglia e vedere qualcuno sempre pronto ad aiutare uno straniero (外国人 waiguoren), soprattutto se italiano, arrivato da solo e con gli occhi azzurri, fino a quel momento visto solo in TV.
Da questo momento in poi ho avuto il piacere di stringere amicizie con dei ragazzi cinesi, passare le serate a chiacchierare per le vie del campus, uscire a cena, visitare angoli della città o andare a vedere un film al cinema.

Essendo la presenza degli occidentali ancora limitata, per uno studente cinese abituato a studiare molte ore al giorno e a trascorrere la maggior parte delle ore della propria giornata all’interno del campus, incontrane uno è al contempo una curiosità e una fonte di imbarazzo. Camminare tranquillamente a volte non è facile, soprattutto nelle mete turistiche ancora poco frequentate da stranieri. Si è continuamente assaliti da signore che chiedono un selfie (a volte non si ha nemmeno il tempo di rispondere che già la fotocamera ha fatto il suo dovere), una foto con il proprio figlio, intere famiglie, è persino possibile incontrare ragazzi che ti puntano il cellulare da lontano e scattano una foto ricordo della presenza straniera nel loro territorio.
Molto spesso ci si sente chiamare dai bambini Waiguoren! Waiguoren! l’unico modo che hanno per far notare la presenza di qualcuno dalle sembianze aliene ancora a loro sconosciute.
Il divertimento serale, come viene vissuto in Italia o più generale in Europa, è sconosciuto. La presenza di locali notturni è limitata alla zona centrale della città a oltre un’ora di autobus dalla mia residenza. Come conseguenza alle ferree regole del campus questi locali sono poco frequentati, per non dire niente affatto, e gli studenti obbligati a rientrare nelle proprie celle (da 6, quando va bene) entro le 22:30. Avendo l’obbiettivo di passare più tempo possibile con i cinesi, anziché con gli stranieri, ho vissuto la movida locale solamente un paio di volte. Mi sono ritrovato spesso con una bottiglia di birra Tsingtao in camera, alle prese con le decine di caratteri cinesi da studiare giorno dopo giorno.
Dopo quattro mesi di intenso studio e alzatacce è infine arrivato il momento di riprendere i bagagli e tornare in Italia. Questo è un momento quasi sempre orrendo, soprattutto se non sai quando potrai tornare nella città che ti ha ospitato, che ti ha disintossicato da Facebook & co e che ti ha fatto conoscere nuovi amici che non sai né dove né quando rivedrai.


Simone Buccilli

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