DEPECHE MODE – SPIRIT (2017)8 min read

Lorenzo Andrea Velardi | 27-03-2017 | Cultura - Musica

immagine DEPECHE MODE – SPIRIT (2017)8 min read

Il 17 marzo è il giorno di San Patrizio, delle ubriacature moleste d’amore e perché no, di musica. In questa data è uscito l’ultimo lavoro dei Depeche Mode, il gruppo synthpop per eccellenza che ha sfondato le classifiche con singoli d’eccezione come “Enjoy the Silence”, “Heaven”, “People are People” e tante altre canzoni di elevata caratura compositiva ed espressiva.
L’album in questione, il quattordicesimo per l’esattezza, si intitola “Spirit” e già dalla copertina, dove si vedono persone marciare senza volto, senza identità, si intravede il messaggio che il lavoro del gruppo di Basildon vuole dare all’ascoltatore. Un messaggio tutto riguardante la politica (insolito per la band che raramente ha delineato visioni sociali sul mondo d’oggi in maniera così esplicita).
Una politica ormai tutta impregnata di tecnologia, dove ormai nessuno sembra trovare più un punto di riferimento, e dove noi tutti ne siamo padroni ed allo stesso tempo schiavi (ma non come in “Master and Servant” dove il tema predominante era l’erotismo un po’ perverso).

Veniamo al disco.

La prima traccia, “Going Backwards” annuncia i toni fatalistici e accusatori di quest’album, il ritmo riprende molto gli ultimi lavori della Gahan & Co. ed è molto definito verso i progetti del frontman da solista (i Soulsaver per dirne una), ma con tratti più pessimistici (come piace alla band) e denigratori (“we’re going backwards, armed with new technology, going backwards, to a cavemen mentality”).
La traccia sembra proiettarci verso una sfida impossibile, o forse un accettazione che sa di amaro, di indigesto, verso qualcosa che sempre più diviene irrealizzabile e che solo una presa di coscienza collettiva potrebbe risollevare risollevare verso tempi meno bui. “We feel nothing inside, we feel nothing, nothing inside” è una netta presa di posizione.
Assorbiti dal lustro della nostra immagine virtuale ci siamo dimenticati della realtà di tutti i giorni, fatta di fatica e sforzi per migliorare (almeno un pochino) quello che rimane di questo mondo in macerie, che viene fotografato, discusso, viaggiato, ma non salvato.

“Where’s the Revolution”, il singolo che aveva anticipato l’uscita dell’album, continua con questa linea di critica sfoggiando un ritornello accattivante e seduttivo, raffinato ma forte con dei cambi di tempo che non presagiscono nulla di buono, ma solo una rabbia che forse mai potrà essere costruttiva, ma almeno, per quello che sono i Depeche, ricca di spunti. “The engine’s humming, get on board” finale rende tutto il più squisitamente drammatico e iper-realistico, nulla ci aspetta, dobbiamo essere noi a cavalcare l’onda, che prima o poi si riabbasserà anonima nella solitudine di un oceano prigioniero di se stesso.
Questa traccia ti pone in netto contrasto con il compromesso illusorio e apparentemente comodo e protettivo di una realtà ormai soggiogata non più da politici o banchieri, ma da noi stessi, che come detto precedentemente siamo sia padroni che servi della nostra immagine nei social tanto da non saper più distinguere, come in una puntata di Black Mirror, i limiti che questa disumanizzazione ci ha arrecato.

“The Worst Crime” è un blues dai toni semplici e dimessi [vabè è un blues, direte grazie al ca’, ma vabè, nda].
Qui sembra percepire dalle liriche e dagli arrangiamenti, un tono alla “Black Celebration” arricchito da una vena tendenzialmente priva di maschere e quasi ingenua nella sua nudità. “We had so much time, how could we commit the worst crime?” è la domanda di rassegnazione che pronuncia Dave con toni cupi e persi nel vuoto di una situazione ormai allo sfacelo dove l’oceano ora non trova più nessuno da ospitare nella sua vacua profondità e che apparentemente nessuno vuole più esplorare.

“Scum” mette in evidenza la condizione in cui siamo permeati, ma puntare il dito contro tutto e tutti in una soffocante lista di accuse dove non possiamo far altro che rimanere inermi ascoltando il mosaico musicale degno di un “Ultra”; un’incredibile vitalità e potenza che da molto non si sentiva da loro, dal gruppo che meno di tutti mi sarei aspettato fossero in grado ancora di dire qualcosa nel panorama musicale. “You’re dead inside, you’re numb, you’re hollow, and shallow, your empty life is done” dice praticamente tutto, da una critica all’uomo di oggi alla solitudine di un’esistenza priva di veri valori, ormai corrosi dal tempo, verso una disperata via di redenzione che non arriverà mai.

“You Move” sembra la gemella della canzone sopracitata, con un maggiore spazio per respirare, fare quattro conti con se stessi ma i toni non cambiano. Non c’è via d’uscita, non ci sono punti di riferimento, siamo tutti individui proiettati verso il nulla accecante di un qualcosa che esisteva, che è scomparso (apparentemente da un momento all’altro). Pezzo incredibilmente dance (dal titolo non poteva che essere così) e costruito egregiamente secondo i classici stilemi della band (synth ultramegaiperstellare e tutto il resto che viene (per loro) naturale. Il testo parla dell’ormai decadente nichilismo decostruttivo che affossa ogni speranza salvifica se non quella di veder ballare la propria donna dei sogni. Eh sì, perché alla fine i Depeche so’ sempre i Depeche.

“Cover Me” ha un inizio da carezza pungente la mattina quando ti svegli alla “Exciter”, un sogno estatico che dovrà pur sempre finire, dai toni pinkfloydiani che fanno pensare alla calma dopo la tempesta, ad un qualche spiraglio di luce dopotutto, dopo che siamo stati denudati dalle canzoni precedenti ed abbiamo maledettamente freddo e bisogno di riparo. È trasognante, è leggiadra, è una brezza che coglie impreparati questa canzoni e il crescendo di synth dimostra il cammino su cui è possibile ancora tracciare le nostre impronte per il passante che verrà dopo e così via. Un crescendo che spiazza per la sua maestosità, per il suo incedere tumultuoso ed allo stesso tempo ipnotico che guarda in avanti con un’aria diversa. Un brano con un fascino indimenticabile, in un susseguirsi di emozioni che si stagliano nella mente ormai svuotata da tutto, un invito a sognare. “Cover me”, la coperta che può scaldare dall’angoscia intramontabile della notte.

“Eternal” non è una cover di una canzone dei Joy Division (magari!), anche se in realtà un po’ le assomiglia per la mazzata di dolore che percepiamo. Qui canta Martin e sembra infatti un brano che esce da “Song of Faith and Devotion”, una fiaba sentimentale dove, senza volerlo, ci mettiamo piede.

“Poison Heart” ha dei giri armonici dolci e sfuggenti, che vorresti acchiappare nel prato verde dell’innocenza perduta e divenire purezza in un solo battito di sensazioni ritrovate nella cattura. Il songwriting ora non è più incentrato in maniera nitida su ciò che affligge l’uomo nel concreto, ma ad astrazioni metafisiche tanto congeniali al gruppo dell’Essex, un lamento, una gioia, un urlo ed infine il solito vuoto che rimane nel solito oceano che mai smonterà gli ingranaggi.

“So much love” sembra una canzone degli Editors per il ritmo martellante e le chitarre astrali (e questo è bene) e si spinge lontano verso lidi sconosciuti, verso una qualche atollo sperduto dove far approdo e ricostruire qualcosa di nuovo, senza mai dimenticare le tempeste della vita, richiami all’autoriconoscimento, alla consapevolezza, alla comprensione, insomma alla “there’s so much in love in me”, no? Qui sembra il rovesciamento della medaglia dei testi precedenti, mentre prima vi era un futuro impossibile da decifrare se non in termini autodistruttivi, qui vi è una netta presa di coscienza che esiste ancora la possibilità di un domani migliore.

“Poorman” è un gioco di synth straordinario, con delle urla quasi rasserenanti, qui Dave è straordinariamente volto a parlare con l’ascoltatore e ad emozionarlo con la genuinità di un messaggio chiaro e lucente: mai mollare. Dave afferma “corporations get the breaks”, e la denuncia è forte, audace, coraggiosa, ma questa volta c’è un senso di ritrovamento dopo lo smarrimento. Ormai quest’isola può essere abitata.

“No More (This is the Last Time)” è un’altra canzone denuncia (come quasi tutte nel disco), e spazia tra l’elettropop anni ’80 con qualche incursione alla decadenza anni ’00, in un turbinio leggero ma solido, che ha le sue radici. “This is the last time, I say goodbye, the last time, then we won’t have to lie, the last time, call it what you want, you don’t mean a thing to me no more”. Si è deciso di combattere, è l’unica cosa possibile da fare, l’oceano ora non sembra poi così vuoto.

“Fail” è l’ultimo brano del disco e rimette tutto coi piedi per terra. Sembrava un sogno tangibile, qualcosa che poteva realizzarsi, un mondo più giusto, più umano, invece no, Martin afferma che noi esseri umani non abbiamo più dignità e che lo spirito se ne è andato per sempre, un segno ormai che tutto è caduco, perso nell’effimero senso di appartenenza a qualcosa. Tutto è rimosso, dimenticato e l’unica cosa da conquistare è uno spazio per pensare, per provare a pensare ancora, fuori dalla realtà, fuori dal sistema, dentro lo spirito.

Insomma, quest’album ha molte canzoni potenti ed evocative, ma ciò che emerge dal suo primo ascolto è che non esiste veramente una hit all’altezza come in “Delta Machine” (“Heaven”) o “Sound of the Universe” (“Wrong”), anche se emerge una cura del suono più sopraffina rispetto ai lavori precedenti e un’attenzione calcolatissima al songwriting.
I Depeche fanno ancora sognare i loro fan, tra cui il sottoscritto e verranno in Italia il 25 giugno a Roma, il 27 a Milano e il 29 a Bologna. Io l’attesa per il concerto la sto vivendo bene… MANCANO 89 GIORNI!


Lorenzo Andrea Velardi

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