DDL Pillon: ennesimo tassello contro l’emancipazione delle donne5 min read

Chiara Gonnellini | 12-12-2018 | Attualità

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Nelle giornate del 10 e del 24 novembre l’associazione “Non una di meno” ha lanciato un appello di mobilitazione contro la chiara tendenza ad un’inversione di marcia sul terreno dei diritti e delle libertà delle donne. Una marea composita di donne e uomini della società civile, del mondo dell’associazionismo, del sindacato e non solo, si è riversata nelle piazze italiane pretendendo a gran voce una rottura radicale con un sistema ancora troppo misogino e androcentrico, profondamente permeato da un maschilismo spesso subdolo mascherato da paternalismo o nascosto nella sessualizzazione della cultura, dove l’uomo è sempre soggetto e la donna oggetto.

Ma in queste due giornate novembrine la critica più feroce è stata rivolta al senatore leghista Pillon, reo di aver presentato, sostenuto dai partiti di governo, un disegno di legge (ddl735) che rappresenta il perfetto paradigma della riaffermazione di un tradizionale modello di famiglia patriarcale, in cui i padri possono esercitare, con la legge dalla loro, un controllo sulle madri e sui figli.

Il ddl Pillon, “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, ora all’esame della commissione giustizia del senato, persegue tale scopo proponendo alcune significative modifiche al diritto di famiglia. Vediamo di che si tratta.

Mediazione obbligatoria

Il ddl prevede la mediazione civile obbligatoria in tutte le separazioni in cui sono coinvolti i figli minorenni, da svolgere presso soggetti privati iscritti ad un apposito albo dietro il non modico pagamento di alcune migliaia di euro. Si obbliga così ad un’ulteriore spesa chi deciderà di separarsi, con il rischio che chi non possa permetterselo, vi rinunci. Lo strumento della mediazione, finalizzato ad una pacifica condivisione di un “piano genitoriale”, risulta utile quando il ricorso ad esso è volontario , ma è stato vietato dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne nei casi di violenza domestica perché dove ci sono soprusi non può esserci confronto ma soltanto sottomissione e timore. Del resto gli stessi mediatori spesso non sono in grado di riconoscere la violenza e di intervenire, perché assolutamente non specializzati sul tema. C’è da aggiungere che già oggi situazioni violente spesso non vengono riconosciute tali e le denunce sono sbrigativamente tacciate di poca credibilità e strumentalità finalizzata ad allontanare malignamente i “poveri padri” dai figli. Le donne si ritrovano così di nuovo vittime, stavolta di un sistema giuridico e sociale che ancora sposta la responsabilità su chi subisce il reato piuttosto che sull’autore e colpevolizza in ogni caso le madri di inadeguatezza per non essere riuscite a tenere insieme la famiglia. Imporre a tutti la mediazione significa non solo violare ed accantonare una Convenzione ratificata dal nostro governo ormai nel 2013, ma soprattutto ignorare (in malafede, ovviamente) la pervasività e l’entità del fenomeno della violenza domestica, il quale per il 90% agisce proprio durante la fase della separazione fra i coniugi.

Per non farsi mancare nulla la disposizione viola anche il diritto di difesa sancendo il divieto di ricorrere ad un avvocato durante la mediazione.

Affidamento congiunto e doppio domicilio

Il decreto pone un vero e proprio diktat alle famiglie attraverso la prescrizione di tempi perfettamente paritetici che ciascun genitore dovrà trascorrere con il figlio o con i figli, e quindi dell’affidamento congiunto e del doppio domicilio dei i minori. Tutto questo crea un palcoscenico di rigide regole preordinate che sconvolge le abitudini del bambino, mettendone a rischio la serenità; serenità che invece dovrebbe essere tutelata e costituire la bussola per ogni decisione in materia. Non che l’affido condiviso non sia una soluzione: al contrario oggi vi si ricorre in molti casi, ma è fondamentale, per la tutela delle specificità di ogni situazione (specialmente di quelle in cui vi sono forme di violenza), che rimanga una possibilità e non una decisione aprioristica, insomma una regola. La materia non deve essere sottratta al giudice da uno Stato che entra nelle famiglie come in uno stato di polizia con il pretesto di difendere una giustizia vuota e formale, un’idea astratta e borghese di famiglia indissolubile. L’art 11 del ddl prova a considerare la violenza prevedendo che in presenza di questa l’affido condiviso decada ma incappa nel ridicolo “errore” di paragonare il genitore violento al genitore povero, ritenendo che l’affidamento debba venir meno anche per il “mancato spazio del minore”. Ogni tutela viene comunque vanificata a causa del successivo art.12 che obbliga il bambino alla frequentazione del genitore pur se maltrattante o abusante, ignorando qualsiasi rifiuto del minore. L’attenzione sembra essersi spostata dalla centralità del figlio a quella del padre e del suo senso di rivalsa.

Mantenimento diretto

Diretta conseguenza di quanto esposto sopra è l’eliminazione dell’assegno di mantenimento verso le madri, dando per scontate disponibilità economiche spesso impossibili da garantire per le donne in un paese con elevatissimi tassi di disoccupazione femminile e una grande disparità salariale , in cui l’accesso al mondo del lavoro è ostacolato dalla demonizzazione della maternità e dalla prepotenza maschile che vuole mantenere il suo status quo. A ciò si aggiunge un welfare fantasma povero di servizi che rende sempre più difficoltosa la conciliazione del ruolo genitoriale con quello professionale.

Viene da pensare che chi ha redatto questo testo sia completamente decontestualizzato dalla realtà, come un alieno appena atterrato sul nostro pianeta. Oppure, più probabilmente, il ddl Pillon non è altro che l’ennesimo tassello della sistematizzazione giuridica, sociale e culturale della volontà del potere di mantenere intatto l’ordine delle cose e di impedire, attraverso la discriminazione e la subalternità delle donne (ma anche degli omosessuali, degli immigrati, ecc..) una reale ed effettiva democratizzazione della società e l’emancipazione di tutte le persone.

Lo scenario si fa agghiacciante se consideriamo l’intenzione del ddl 45, presentato da Paola Binetti (sì esatto, una donna), di depenalizzare la violenza domestica prevedendo che debba essere sistematica, cioè continua, e non più abituale per costituire reato.Se tutto questo passa per molte donne sarà di fatto impossibile separarsi e rimarranno in situazioni di pregiudizio e di rischio. Se tutto questo passa molte donne non denunceranno più.

Non ci resta che organizzare una nuova resistenza.


Chiara Gonnellini

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