COSA SI DICE DELLA FRANCIA?7 min read

Francesco Donati | 25-06-2017 | Attualità - Internazionale

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In Francia si sono concluse le elezioni presidenziali più incerte e imprevedibili di sempre. La Francia infatti è una Repubblica Semipresidenziale e, a differenza dell’Italia (Repubblica Parlamentare), il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente dai cittadini. Di conseguenza il Presidente de la République Française ha un ruolo politico che il nostro Presidente della Repubblica non ha, da noi appunto super-partes rispetto alla politica. Di sicuro queste elezioni presidenziali hanno segnato una svolta nel panorama politico francese, con la crisi ormai evidente dei due partiti storici (Repubblicani e Socialisti) e il passaggio al secondo turno di due candidati “anomali”: Marine Le Pen, esponente della destra nazionalista ed euroscettica ed Emmanuel Macron, candidato indipendente che si è presentato con il proprio movimento politico di stampo europeista e progressista.

In Francia le elezioni presidenziali si tengono ogni 5 anni, sono articolate in due turni (primo turno e ballottaggio) e sono seguite a distanza di un mese e mezzo dall’elezione dell’Assemblea Nazionale, la camera bassa del parlamento Francese (la camera alta è invece eletta da sindaci e regioni, in modo indiretto, senza coinvolgere i cittadini). Al primo turno generalmente gli elettori votano “con il cuore”, senza fare calcoli elettorali, il candidato più di loro gradimento. Al ballottaggio, che si tiene due settimane dopo, accedono soltanto i due candidati che hanno ottenuto più voti al primo turno. A questo punto, chi fra loro ottiene più voti, diventa il nuovo Capo dello Stato. Successivamente, il Presidente della Repubblica nomina il Primo Ministro (che ha un ruolo politico secondario rispetto al primo) e questi forma la sua squadra di governo che deve ottenere la fiducia del Parlamento. L’Ultimo Presidente della Repubblica è stato il socialista François Hollande. Il suo mandato è iniziato nel 2012 dopo la vittoria al ballottaggio con Nicolas Sarkozy, repubblicano, Presidente della Repubblica uscente. Spinto dall’indice di gradimento bassissimo (soprattutto a causa della “legge sul lavoro”), Hollande fu costretto nel 2014 ad un rimpasto di governo, sostituendo il primo ministro Ayrault con Manuel Valls. Proprio Valls si dimetterà poi a fine 2016 per candidarsi alle primarie del partito, e verrà sostituito da Cazneuve. Hollande è il primo Presidente della Repubblica uscente nella storia francese a non ripresentarsi alle successive presidenziali.

I candidati, i loro programmi ed il primo turno

Emmanuel Macron: giovane e carismatico, ex ministro dell’Economia del governo Valls (e quindi socialista), dimessosi per via di diversità di vedute con il resto dell’esecutivo. All’annuncio della sua candidatura, Marcon si era guadagnato l’immagine di “inesperto”, un po’ per la sua giovane età (nemmeno 40 anni), un po’ per il suo rifiuto di partecipare alle primarie del Parti Socialiste per correre da indipendente con un nuovo movimento (scelta considerata da tutti come un azzardo). Tuttavia il consenso nei suoi confronti è gradualmente cresciuto, fino a che, dopo l’appoggio datogli da François Bayrou (non presentatosi alle presidenziali questa volta), ha concretamente raggiunto la prospettiva del ballottaggio. Macron ha una visione liberale dell’economia: abbassare le tasse alle imprese, tagliare la spesa pubblica, introdurre un regime pensionistico unico e limitare l’imposta sul patrimonio immobiliare. Sul fronte della lotta al terrorismo ha dichiarato di voler aumentare i finanziamenti all’intelligence, mentre su quello dell’immigrazione rimane favorevole ad accogliere e ad integrare i profughi in Francia, pur promettendo di ridurre i tempi di esame delle richieste d’asilo e di eventuali rimpatri. È il più europeista tra i candidati. È favorevole ad una difesa unica europea, ad un incremento del bilancio dell’Unione e ad un percorso verso un governo unico europeo; in sintesi: un federalista. Si definisce “progressista” e allo stesso tempo “né di destra, né di sinistra”.

Marine Le Pen: europarlamentare dal 2004 ad oggi, Marine è una “figlia d’arte” nel suo partito, il Front National. Suo padre Jean-Marie, infatti, è stato un importante esponente della destra nazionalista, dalle forti posizioni euroscettiche, protezioniste e riluttanti di fronte all’immigrazione. La figlia ha saputo presentarsi in modo più “moderato”, mantenendo tuttavia le stesse dure posizioni. Questo le ha consentito una forte crescita di consensi negli ultimi anni. Il suo partito appartiene allo stesso partito europeo di Matteo Salvini e Geert Wilders. È innanzitutto una protezionista: vorrebbe ridurre le imposte sulle piccole-medie imprese, tassare maggiormente l’import e i contratti di lavoro con i non-francesi. Sostiene che chiudere le frontiere della Francia con gli altri paesi europei (sospendendo quindi l’accordo di Schengen) sia una delle soluzioni per contrastare la minaccia terroristica. Fortemente critica verso l’UE e la NATO. Propone un referendum sull’uscita dall’Euro e dall’Unione.

François Fillon: candidato del Partito Repubblicano, balzato agli onori della cronaca per lo scandalo degli incarichi fittizi dati alla moglie (il c.d. Penelope-Gate), scoppiato in piena campagna elettorale. Inizialmente Fillon era il favorito nella corsa presidenziale, dopo lo scandalo ha perso molti consensi. Nelle settimane precedenti al voto è riuscito in un grande recupero, che lo ha portato ad un soffio dal ballottaggio. Possiamo definirlo il “veterano” tra i candidati, con una carriera politica di tutto rispetto: deputato per più legislature già dal 1981, ministro in tre governi negli anni ’90 e primo ministro nel governo Sarkozy. Nelle primarie del proprio partito (a novembre) ha sconfitto altri due veterani della politica francese: Alain Juppé e proprio Nicolas Sarkozy. È forte sostenitore del libero mercato e dei tagli alla spesa pubblica (anche più di Macron). Conservatore sul tema diritti civili (Fillon è cattolico praticante) e su sicurezza e terrorismo, dove propone maggiori controlli alle frontiere e una stretta contro i Francesi radicalizzati. Europeista sì, ma più tiepido di Macron e Hamon.

Jean-Luc Mélenchon: inaspettata “sorpresa” di queste elezioni. Partito in sordina, i suoi consensi sono rapidamente cresciuti a ridosso delle elezioni, in parallelo al forte calo di Hamon. Un candidato fortemente di sinistra con un programma controverso e ambizioso: ridurre orario di lavoro ed età pensionabile, nazionalizzare l’EDF (maggior distributore d’energia), abbandonare il nucleare, e soprattutto innalzare al 100% l’imposta sul reddito delle persone fisiche con reddito superiore a 400.000€. Come la Le Pen è fortemente critico verso l’UE e la NATO. In particolare propone di rivedere i Trattati dell’UE introducendo la possibilità di dazi fra i Paesi europei (come si faceva prima del 1968) e rimuovendo qualsiasi regola di bilancio e qualsiasi controllo europeo sui bilanci nazionali; in caso di indisponibilità degli altri Paesi a tale riforma (come Piano B), promuoverà un’uscita della Francia da Euro e UE.

Benoît Hamon: candidato del Partito Socialista, il suo è stato un “tonfo annunciato” sin da subito dopo la sua vittoria nelle primarie del partito, a gennaio, dove ha sconfitto Valls (ex primo ministro di Hollande). Rispetto a Valls ha posizioni più di sinistra. Hamon propone alcune misure per tutelare lavoratori e cittadini in difficoltà: aumento del reddito di cittadinanza, finanziamenti pubblici alle imprese per ridurre l’orario di lavoro, la (controversa) introduzione di una tassa sui robot, e più potere decisionale per i vari sindacati all’interno delle aziende. Tratto caratterizzante di Hamon è poi l’europeismo: in seguito al suo crollo nei sondaggi ha rifiutato categoricamente la prospettiva di sostenere Mélenchon, non perché lo considerasse troppo di sinistra ma perché troppo euroscettico.

Il Ballottaggio

Nella giornata del primo voto, non appena divenuto chiaro che sarebbero passati Macron e Le Pen al secondo turno, è arrivato l’immediato sostegno di Fillon e di Hamon al leader di En Marche! Melènchon, dopo aver detto nei primi momenti di non sentirsi nella posizione di dare indicazioni di voto ai suoi elettori, due giorni dopo ha dichiarato: “personalmente andrò a votare, e non voterò per Marine Le Pen”. Quasi scontato invece l’appoggio di Nicolas Dupont-Aignan alla candidata del Front National, appoggio dato dopo un accordo con il quale la Le Pen si impegnava a nominarlo primo ministro in caso di vittoria. Ha fatto molto scalpore nella settimana antecedente al voto la revisione della leader nazionalista e l’eliminazione della proposta di uscire dall’Euro e dall’UE; un passo indietro non di poco conto (non ditelo a Salvini). Riflettori puntatissimi il 3 maggio sul momento più incandescente di tutta la campagna: il dibattito televisivo a reti unificate fra Macron e Le Pen, due ore e mezza in cui i due protagonisti del ballottaggio se le sono date di santa ragione, senza troppi formalismi e con numerosi colpi bassi. La prospettiva di un ballottaggio Macron – Le Pen era da tempo nell’aria, con un Macron, secondo i sondaggisti, attorno al 60% e con la Le Pen sul 40%. La prova dei fatti ha dimostrato che i sondaggisti si sbagliavano (più o meno): Macron ha vinto con molto di più, arrivando al 66,1%.

I cittadini francesi hanno eletto ad ampia maggioranza un candidato che ha mostrato coraggio. Il coraggio di salire sul palco per il discorso post-vittoria sulle note dell’inno europeo; il coraggio di rispondere a nazionalismi, sovranismi e populismi con una proposta concreta: quella di sostenere e migliorare il progetto dell’Unione Europea.

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di Francesco Donati e Chiara Minelli.


Francesco Donati

Francesco Donati

Studia Economia Aziendale, fra i fondatori della sezione di Perugia della Gioventù Federalista Europea. Nel tempo libero prende in giro i lettori de Il Fatto Quotidiano, divora noci e ascolta musica orrenda.