Cosè Giosef?3 min read

Amministratore | 30-11-2014 | Studenti senza frontiere

L’acronimo di Giovani senza frontiere.
E che altro?
Giosef non è solo un’associazione giovanile.
Giosef è la spinta a ottenere piccoli pezzi di un mondo migliore.
Giosef non è solo un’associazione giovanile.
Giosef è combattere per i diritti umani, per le diversità interculturali e per i principi di non-discriminazione.
È promuovere la cultura dellantisessismo, dell’antirazzismo, del contrasto a omofobia, lesbofobia e transfobia.
Giosef è tante cose.

Avevo pensato di approcciarmi a questo argomento in maniera diversa: avrei voluto scrivere dell’associazione in senso ampio, occuparmi di come si renda utile in tutta Italia, parlarvi della mia esperienza all’interno di essa e di quanto Giosef abbia fatto, solo nell’ultimo anno, a Perugia.
Tuttavia non riesco a tacere davanti a recenti avvenimenti che mi hanno aperto gli occhi di fronte a un panorama di macerie e credo ci spieghi nella maniera migliore cosa fa Giosef.

Gli abitanti della periferia romana hanno manifestato contro la costruzione dell’ennesimo centro di accoglienza a Tor Sapienza. I cittadini, più di un migliaio, si sono radunati in piazza dell’Esquilino, hanno indossato il Tricolore e cantato l’Inno di Mameli, come fossero sinonimo di orgoglio.
Ore 11. Piazza dell’Esquilino. Le parole dordine sono “stop alla criminalità, ai campi rom fuori controllo, allimmigrazione incontrollata, ai roghi tossici nelle periferie e ai trasporti pubblici inesistenti”.
Le immagini dei loro volti, gli sguardi disperati e gli insulti mi hanno tanto ricordato i “capponi di Renzo” de I Promessi Sposi.
Non si tratta di razzismo, il principio dell’autogestione dei luoghi pubblici è costantemente terreno di scontro tra autorità e cittadini/residenti.

Ma cosa significa pubblico? Letteralmente è tutto ciò che appartiene al popolo. Lo Stato è preposto a fare ciò che è nell’interesse di tutti, ma al popolo, almeno in alcune occasioni, è permesso rappresentare se stesso?
Noi consideriamo lo Stato come la migliore gestione possibile di tutto ciò che è pubblico, il che la rende di conseguenza anche l’unica legittima. Ma, se da una parte scellerate amministrazioni centralizzate dimostrano che non è necessariamente vero, dall’altra alcuni deplorevoli esperimenti di autogestione rendono chiaro che “l’ammutinamento” non è una soluzione.
Quello che mi chiedo è: perché non costruire il centro di accoglienza in uno dei quartieri residenziali? Perché sommare miseria alla miseria? Perché non assumerci, invece, qualche responsabilità?
Gli insulti al sindaco Marino, i saluti romani e gli episodi di violenza vanno, di certo, condannati.
Ma sono forse l’unica cosa da condannare?
La ghettizzazione delle diversità (che siano economiche, culturali, sociali o razziali) mi spaventa.
È troppo facile punire la manifestazione senza cercare di comprenderla. Non è semplice condividere degli spazi (che crediamo solo) nostri con qualcuno di diverso da noi, e con cui, per giunta, sei incoraggiato a prendertela.
La violenza non va mai giustificata, ma quello che sta succedendo alla periferia di Roma è vergognoso ed è la fotografia di un Paese in cui non mi riconosco più. Emarginare la povertà, ghettizzare il diverso, non vi ricorda la Germania degli anni Trenta?
La periferia romana non è forse diventata il campo di concentramento delle diversità?
Da soli non possiamo risolvere un problema così grande, le associazioni come Giosef servono, infatti, a marginalizzare il fenomeno attraverso l’integrazione sistematica delle diversità in ogni zona del territorio. Perché lo Stato spesso dimentica che diversità è anche ricchezza.
Concludo dicendo che faccio parte di Giosef perché ho bisogno di un mondo diverso.
Un mondo in cui amare chi voglio ed essere chi sono.
Un mondo in cui vivere in maniera dignitosa anche senza possibilità economiche.
Un mondo in cui non essere aggredito per il colore della pelle o l’orientamento sessuale.
Un mondo che non ghettizzi la diversità nelle periferie, ma che ci spinga verso nuovi orizzonti.
Qualcuno lo chiama “UTOPIA”, a me piace chiamarlo “FUTURO”.


Amministratore

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