"1985-2015: Affinità-divergenze tra il compagno Ferretti e noi"3 min read

Daniele Papasso | 25-03-2015 | Cultura - Musica

Sold out per lex CCCP

Trentanni fa, a Bastia Umbra, un tipo strano con la cresta tinta di rosso lanciava proclami allucinati, stagliati in “accordi secchi e tesi” punk-wave. Sabato 14 marzo, nella stessa città, la stessa persona, abbigliata da montanaro “del secolo ventuno”, salmodia versetti distesi su un tappeto elettro-folk. Tra i due punti temporali si snoda un percorso artistico ed esistenziale incredibile, a tratti contorto, che attraversa la provincia emiliana, striscia lungo il Muro di Berlino, domina la Piazza Rossa moscovita, corre lungo le steppe mongole fino a risalire sugli Appennini.

È la storia controversa di Giovanni Lindo Ferretti, voce dei CCCP, band che negli anni 80 scosse la Penisola dal torpore commerciale dell’era post-ideologica, aprendo così definitivamente la strada alla musica alternativa. Al Teatro Esperia, tutto esaurito per l’occasione, va in scena uno spettacolo minimale, ma efficace. Sul palco, al centro della scena, si erige un quasi 62enne, con occhi incavati e profondissimi, ciondolante sulle vibrazioni della sua stessa voce amplificata, stentorea e ben poco dissimile rispetto a quella degli esordi. Ai due lati, Ezio Bonicelli e Luca Alfonso Rossi, ex-Ustmamò, perfetti nel sostenere, con accompagnamento polistrumentale, l’attrazione della serata. Chitarre varie, basso, con qualche visibile problema acustico in partenza, un violino, che dà il meglio di sé durante “Amandoti”, e una drum machine che regge bene il confronto con tutti i pezzi del vasto repertorio. In platea, pubblico eterogeneo per età, non proprio per collocamento politico e, a giudicare da qualche eskimo, in buona parte ancora “fedele alla linea” delle origini, anche se quella linea, invocata a gran voce dal punkettone che fu, è diventata, nel corso dell’ultimo decennio, quella del cattolicesimo ratzingeriano, spesso e volentieri strumentalizzato, senza neanche grandi resistenze da parte di Ferretti, da questa o quella parte politica.

 

Nessun frammento della sua carriera è tralasciato, a dimostrazione del fatto che il “convertito” non rinnega nessun punto della sua parabola. Il perenne conflitto tra disagio interiore, acquietato un tempo da roipnol e valium, oggi da meditazione e fede, e decadente mondo occidentale, prima combattuto mediante la militanza politica, poi col rifugio nella natura alla ricerca delle radici più profonde, coinvolge l’intera sala, in una sorta di psicanalisi collettiva. Intensi i momenti dedicati al periodo CSI, meno coinvolgente il finale, con “Spara Jurij”, dove, a dispetto delle previsioni, si rimane seduti, forse ancora abbacinati dalle luci delle “Cupe vampe” o risucchiati dalle profondità della “Depressione caspica”. All’uscita, si ha l’impressione di non essere così elettrizzati, come accade ad esempio a margine di un revival, portato peraltro avanti con maestria dagli altri ex-membri del progetto CCCP/CSI, non di rado di ritorno anche a Perugia e dintorni, ma comunque positivamente turbati e soddisfatti.

Chi ha deciso di assistere a questa tappa umbra del tour “A cuor contento”, che procede a singhiozzi da anni, ma con consensi via via crescenti, probabilmente sapeva bene che, nell’arte così come nella vita, non esistono certezze o percorsi rettilinei, in costante coerenza con se stessi. Tutto cambia, tutto scorre e sotto il “Pons tremolans”, titolo della canzone di apertura, è passato un flusso di esperienze uniche, emozionali e transnazionali, che hanno condotto il sempre sincero Ferretti a rimbalzare dall’ortodossia filo-sovietica ad un’altra, riconosciuta come più autentica ed irrinunciabile: quella del ritorno alla terra, alla vita rustica, al conforto della tradizione. Non si tratta di discuterne la liceità o di sforzarsi a comprenderne le ragioni, quanto piuttosto di ammirare, con stupore, la traiettoria tortuosa della sua esistenza tradotta mirabilmente in linguaggio rock.

P.S. Nella stessa serata, a pochi chilometri di distanza, all’Urban, si esibiva una giovane band indie, ormai di culto, ossia Le Luci della Centrale Elettrica. In scaletta, immancabilmente, una cover dei CCCP: “Emilia paranoica”. Nient’altro da aggiungere.


Daniele Papasso

Daniele Papasso

Direttore editoriale da settembre 2015 a dicembre 2016, è studente in Medicina e Chirurgia. Calabrese, ha lanciato la rubrica Smonta la Bufala, sulle menzogne pseudoscientifiche. Da sempre appassionato di politica, ama la musica rock e indipendente, il cinema d'autore e la Juventus.