Come sta la nostra memoria6 min read

Filippo Alunno Rossetti | 27-01-2019 | Attualità

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27 gennaio, giornata della memoria. Memoria di cosa esattamente? Nel 2005 questa data venne scelta dalle Nazione Unite tramite una risoluzione, dopo che una riunione speciale della stessa aveva commemorato il 60esimo anniversario della liberazione di Auschwitz, scegliendo il 27 gennaio in particolare in quanto quello stesso giorno, nel 1945, l’armata rossa riusciva ad espugnare il famigerato campo di concentramento. Una data simbolica ed un luogo simbolico, che rappresentano generalmente tutte le liberazioni che sono state necessarie, tutte le vittime e tutte le aberrazioni che luoghi dello stesso tipo hanno ospitato, in ogni angolo d’Europa stretto fra i tentacoli del Terzo Reich. Dunque, innanzitutto, memoria di uno degli avvenimenti più atroci della nostra storia recente, a danno di persone, che nonostante fossero a pieno diritto cittadini degli stati in cui risiedevano da generazioni, lavorassero e vivessero come tutti gli altri, vennero scelte, in quanto minoranza, come agnello sacrificale di una macabra politica interna ed estera, improntata alla guerra, alla distruzione, alla sottomissione di popoli interi in nome della supposta superiorità non tanto, magari, economica e sociale, ma addirittura “naturale” di certi uomini su altri. Vittime e martiri, dunque, non solo in quanto prigionieri in campo di sterminio, ma innanzitutto in quanto obbiettivi di una precisa strategia di odio, atta ad incanalare l’insoddisfazione, la paura e la frustrazione di un popolo vessato contro quelli che a conti fatti erano loro eguali, ma che la propaganda, cavalcando anche passati pregiudizi e avversioni, aveva ormai stigmatizzato come diversi ed inferiori, “usurpatori” di un’uguaglianza che non gli spettava. Stigmatizzazione che con il tempo si è estesa, come un morbo, legittimando un’ invasione di tutta l’Europa, e non solo, e giustificandosi con la retorica della “superiorità” che con gli ebrei era iniziata prima ancora della salita al potere del partito Nazista. Noi dell’Anpi , ogni anno, ricordiamo questa giornata è cerchiamo con le nostre attività di coltivare la Memoria. Ma una cosa deve essere chiarita, ad avviso di chi scrive: la Memoria non può, e non deve, fermarsi al dato particolare, al singolo avvenimento, ma deve essere uno sguardo generale, critico e analitico, sui fatto della storia, sulla catena causa-effetto che muove certi eventi. La Memoria deve quindi essere quello che potremmo chiamare “un monito” alla coscienza storica. All’inizio è stata posta una domanda, ed è stata data una risposta il più possibile analitica, puntuale e precisa, ma incompleta. Incompleta, perché fermandoci al dato particolare, non acquisiamo che una nozione, un dato, un fatto storico, e nulla più. Condanniamo così all’oblio la Memoria stessa, perché da solo il dato è inutile, può essere dimenticato, può essere ignorato, può addirittura essere manipolato. Questo giorno, segnato sul calendario dalla comunità internazionali, così come altri elementi e testimonianze dei tempi, sono dei ricordi, frammenti della memoria storica globalmente intesa, e come ogni ricordo umano, esistono e vengono coltivati per una ragione: la conoscenza. Questa visione platonica non è retorica: la funzione del ricordo è, tramite la conoscenza mantenuta di determinate situazioni, proteggerci e dirci cosa fare in situazioni uguali o simili, che potrebbe capitarci di vivere. I ricordi costituiscono la nostra stessa personalità.

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Dunque coloro che hanno tentato di imprimerci questo ricordo, avevano qualcosa da insegnarci, qualcosa da imprimere nella nostra “personalità”. Ma cosa dunque? Cos’è questa memoria, almeno per noi? Il giorno della memoria, come le costituzioni democratiche (tra cui la nostra), le numerose dichiarazioni, tutti i trattati, cosa vogliono insegnarci? Secondo noi un cambio di paradigma, un nuovo modo di concepire non tanto lo Stato, ma l’umanità che lo deve comporre: un’umanità aperta, che non odia, non si sente superiore, non degrada nessun suo simile ad uno strumento, non si lascia guidare dall’odio e dalla paura. Perché da quel momento persone che avevano vissuto gli orrori di quegli anni (tra cui i nostri Padri Costituenti) avevano compreso e capito, sulla loro pelle e quella dei loro cari, a cosa l’odio e l’intolleranza avevano portato, e hanno gettato le basi di un nuovo tipo di società, per rispondere a tutta quella distruzione: la società democratica o “pluralista”. E proprio questo ultimo termine deve illuminarci, perché disegna il tratto fondamentale di questa nuovo tipo di società, l’elemento che la contraddistingue dalle forme di Stato precedenti, che hanno permesso le aberrazioni, la guerra quasi totale, milioni di vittime. E questo elemento può essere definito così: il rispetto della minoranza, inteso come riconoscimento dell’esistenza e dignità di tutte le minoranze, di ciò che si può definire “diverso”, di coloro che possono essere ritenuti “estranei” rispetto alla concezione politico sociale della maggioranza di turno. valori perfettamente espressi negli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione, e guarda caso presente in ogni costituzione democratica, e in numerosi Trattati, tra cui quelli Europei. Questo è la conoscenza che la Memoria vuole trasmetterci, vuole farci coltivare, cioè che è il grado di rispetto delle minoranze che funziona come “leva” della democrazia, come “cartina tornasole” della salute di una democrazia contemporanea. Chiarito il valore che ha la Memoria, non ci si può esimere da una piccola considerazione orientata invece che al passato, al presente, considerazione che costituisce il titolo di questo scritto: come sta la nostra memoria? Verrebbe da rispondere che non è sicuramente in perfetta salute. Da osservatori e conservatori della Memoria, non possiamo che esprimere rammarico per come essa sia stata svilita, ormai da tempo, ma sopratutto nei tempi recenti, dove rigurgiti di intolleranza e odio si sono manifestanti tanto nel corpo sociale quanto nelle pratiche politiche di maggioranza, tanto nella retorica quanto nell’azione politica. Un clima di odio è palpabile, e a farne le spese sono sempre gli ultimi, le minoranze, messe a dura prova da recenti disposizioni legislative e amministrative. Purtroppo, numerose sono state le aggressioni, gli attacchi mediatici e le intimidazioni contro chi, come noi, crede che gli ultimi non debbano mai essere lasciati indietro. Ma è anche normale, il cambiamento che si è cercato di esprimere non è solo politico-giuridico, ma culturale, e come ogni rivoluzione culturale ha bisogno di molto tempo per svilupparsi e affermarsi, e non basta un semplice stanziamento di fondi, o una legge, ma richiede un lavoro di coscienza lungo e costante. E nella difficoltà è bello constatare come molte persone, sopratutto giovani, e nonostante il trascurato sistema scolastico, che dovrebbe essere il luogo eletto per sviluppare le coscienze dei cittadini, si riconoscano nei valori della nostra Costituzione e quindi dell democrazia pluralista. Perché qualunque sia l’idea politica, la credenza religiosa, il colore della pelle, tutti insieme possiamo e dobbiamo lottare insieme per il benessere, per uno Stato più giusto, dove ognuno di noi è incluso e ascoltato. Solo così si può avere la pace e una vera giustizia sociale, una vera eguaglianza e un vero progresso come umanità. Un’umanità che veramente, per la prima volta, possa lasciarsi alle spalle le responsabilità storiche, affrontandole. Perciò noi, militanti della memoria, saremo sempre in prima linea per questa battaglia di civiltà, affinché la nostra Costituzione, che è scritta per tutti, viva e continui a vivere sotto i principi dell’uguaglianza e della libertà, che o sono riconosciuti a tutti a prescindere da qualunque discriminazione, o non sono riconosciuti affatto.


Filippo Alunno Rossetti

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