CHIUSURA CARA DI CASTELNUOVO DI PORTO: UN PROBLEMA “PING PONG”3 min read

Silvia Tunnera | 06-02-2019 | Attualità

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A fronte della notizia relativa alla chiusura del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA)  di Castelnuovo di Porto, vicino Roma, quasi come un fulmine a ciel sereno, struttura peraltro in attivo da oltre un decennio e, per ciò che concerne la prima accoglienza, da annoverare tra le più stabili, vien spontaneo domandarsi in che termini si possa realizzare un’integrazione senza che venga poi minata in poco tempo, ovvero senza che ci si possa in un qualche modo preparare ad avere un’alternativa.

I Cara, così come pensati e progettati, dovrebbero ospitare i richiedenti asilo nel nostro Paese in un periodo che oscilla tra i venti ed i trentacinque giorni, tempo che nel reale si dilata ad una permanenza media negli stessi di sei mesi. Al termine di questo periodo al richiedente asilo può essere riconosciuto lo status di rifugiato, oppure una forma di protezione per motivi umanitari o sussidiaria, nonché il diniego della domanda stessa. Ulteriormente, in queste strutture e nel tempo suddetto, devono essere garantiti alloggio e pasti, nonché un servizio psico-sociale ed assistenza legale e sanitaria. Naturalmente, il tutto si traduce in posti di lavoro che per ciò che concerne il Cara di Castelnuovo fa riferimento a ben 120 operatori che dal primo febbraio si ritrovano senza occupazione.

Può esser definita la chiusura del Cara un problema? Se sì, come?  

Attraverso il non preavviso della chiusura stessa, per quanto già programmata, attraverso anche la non conoscenza del luogo verso cui le persone ospitate nel centro sono state “inviate” ed anche attraverso il fatto che non si sia tenuto conto delle loro situazioni personali. Difatti non si parla soltanto di chi ha fatto domanda di asilo o di chi è in attesa, ma anche di chi ha fatto ricorso al diniego, di chi è vittima di tratta o di chi ha già il permesso di soggiorno, ma non ha alternative. Ulteriormente il problema si traduce anche nel fatto che, a fronte della permanenza media dei richiedenti asilo in un tempo dilatato, quest’ultimi si siano comunque integrati, frequentando scuole e medie e superiori nella stessa Castelnuovo di Porto, trovando qualche lavoretto seppur precario, giocando nella squadra di calcio del paese. E’ proprio qui che risiede il problema, ovvero nello scardinare queste tante piccole realtà di integrazione che nell’insieme costituiscono e devono costituire una vittoria nel quotidiano.

 

Tralasciando le complesse strategie e la retorica, lasciando anche indietro l’intessuto politico che risiede dietro tutto questo sistema che fa acqua da tutte le parti e di cui non si parla più di pozzanghere ma di vere e propri abissi, ciò che deve far riflettere è la perdita di empatia. Disabituandoci all’immedesimazione nell’altro, in una perenne atrofia di sentimenti che non riconosciamo più, distrattamente ci soffermiamo sui titoli delle testate giornalistiche, sulle persone che incontriamo di giorno in giorno, riportando i nostri occhi a guardare nuovamente fissi in avanti. Non ci obblighiamo a non sentire empatia, semplicemente perché non può essere avvertito un sentimento a cui non si sente di appartenere più, per quanto la compassione e la pietà possano talvolta passarci di fianco e prenderci a braccetto.

Però forse un pensiero comune che può delinearsi nella nostra mente c’è ed è quello di una grande valle con diversi alberi che hanno imparato a rispondere agli stessi raggi del sole, alle stesse intemperie del tempo e che risuonano tra di loro al passaggio dello stesso vento, per poi essere sradicati e fittamente stipati su un camion diretto altrove, lontano da quell’unisono di risposte vitali. Immaginare di dover abituarsi ad un’ulteriore nuova realtà senza preavviso, privarsi dell’identità sociale precariamente costruita e in cui ci si è rispecchiati seppur per breve tempo, in un qualche modo può farci avvicinare alla dissociazione che possono avvertire queste persone. D’altronde si parla di nuove destinazioni e nuove realtà che tra qualche settimana verranno nuovamente scardinate, per dover ripartire di nuovo da zero.

E così, come se si stesse giocando su un usurato tavolo da ping pong, il problema continua a rimbalzare, da lato a lato.


Silvia Tunnera

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