CHIESA, DUCE, LONDRA4 min read

Federico Rughi | 11-02-2019 | Cultura

immagine CHIESA, DUCE, LONDRA4 min read

L’11 febbraio 1929 vennero siglati i Patti Lateranensi fra la Santa Sede e lo Stato Italiano. Il regime fascista segnava con questi accordi uno straordinario successo politico ottenendo il riconoscimento del regime fra i cattolici in Italia e non solo. Il 13 febbraio Pio XI, in un discorso all’Università Cattolica del Sacro Cuore, definì Mussolini come «l’uomo che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare». Sono in pochi a sapere che quel miracolo della Provvidenza continua a dare i suoi frutti al Vaticano. Non solo in Italia, ma nel cuore pulsante della finanza europea: la City.

GLI ACCORDI – I Patti Lateranensi sono gli accordi di mutuo riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Santa Sede che superarono la legge “delle Guarentigie” promulgata l’indomani della presa di Roma. Consentirono, per la prima volta da quell’evento, di ristabilire le relazioni diplomatiche tra Italia e Santa Sede. Constavano di tre distinti documenti: il Trattato che riconosceva l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e fondava lo Stato della Città del Vaticano; la Convenzione Finanziaria che prevedeva un risarcimento di 750 milioni di lire a beneficio della Chiesa; e il Concordato che definiva le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa e il Governo. Quest’ultimo acconsentì a rendere le sue leggi sul matrimonio e il divorzio conformi a quelle della Chiesa Cattolica e di rendere il clero esente dal servizio militare. I Patti garantirono alla Chiesa il riconoscimento di religione di Stato in Italia.

A distanza di 90 anni, però, è la Convenzione Finanziaria che fa più discutere. Prevedeva, infatti, oltre al risarcimento per le spoliazioni dello Stato italiano sul patrimonio della Chiesa, l’esenzione del nuovo Stato Vaticano dalle tasse e dai dazi sulle merci importate e inoltre garantiva «ulteriori titoli di Stato consolidati al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire». Come rivela John Pollard, storico di Cambridge, questo investimento era una boccata d’ossigeno per la Santa Sede in un momento di crisi del potere temporale.

LONDRA E INVESTIMENTI SEGRETI – Con i soldi donati dal Duce il nuovo Stato Vaticano mise in piedi in pochi anni un impero commerciale segreto di cui oggi fanno parte niente meno che le sedi londinesi di brand di alta moda come Bulgari, le gallerie di gioiellerie di New Bond Street, il quartier generale di banche come Altium Capital. Ad oggi il denaro di Mussolini ha visto lievitare il proprio valore fino ad una somma calcolata in 500 milioni di sterline (circa 677 milioni di euro): nel 2006 il Vaticano ne ha spesi 15 per acquistare il complesso di uffici di lusso; l’acquirente è la compagnia britannica British Grolux Investments, i cui registri non fanno menzione del Vaticano. Ma i due principali azionisti, John Valrey e Robin Herbert sono celebri banchieri cattolici. Di fronte ad un’inchiesta del Guardian si sono trincerati dietro un rigido riserbo.

Le origini della Grolux Ltd risalgono addirittura al 1931, quando Bernardino Nogara, avvocato romano e agente finanziario del Vaticano – nonché amministratore di buona parte del denaro ceduto dal Duce -, fondò una compagnia offshore in Lussemburgo, la Groupement Financier Luxembourgeois, da cui il nome Grolux. La scelta del Lussemburgo non era casuale: si trattava, dal 1929, di uno dei primi paradisi fiscali al mondo. L’anno successivo venne creata la filiale inglese, British Grolux.

Con l’approssimarsi della guerra e la prospettiva di invasione tedesca del Lussemburgo, i fondi vaticani vennero poi dirottati verso la Svizzera e gli Stati Uniti. A fine conflitto gli investimenti vaticani si concentrarono soprattutto nella City, e quell’impero finanziario e commerciale segreto fondato da Nogara con i milioni della Convenzione Finanziaria è fiorito

RIVEDERE IL CONCORDATO? – È possibile che queste rivelazioni riaprano il dibattito circa l’uso non proprio evangelico che la Chiesa ha fatto e fa dei denari devoluti dallo Stato italiano, e riaccenda la questione dell’opportunità di una revisione del Concordato. Ma il problema non è semplice, non solo dal punto di vista politico, ma anche legale. Nel 1948, infatti, i Patti furono riconosciuti costituzionalmente nell’art. 7, con la conseguenza che lo Stato non può denunciarli unilateralmente, come nel caso di qualsiasi altro trattato internazionale, senza aver prima modificato la Costituzione. Qualsiasi modifica dei Patti deve inoltre avvenire di mutuo accordo tra lo Stato e la Santa Sede (in tal caso non sarebbe necessario un procedimento di revisione costituzionale). Non può essere proposto un referendum per l’abolizione o la modifica del Trattato, del Concordato o delle leggi collegate a essi perché non sono ammessi, nel nostro ordinamento, referendum riguardanti i trattati internazionali. Nulla vieta, però, che tale legge costituzionale sia proposta dal corpo elettorale, in quanto l’art. 71 della Costituzione, nel disciplinare l’iniziativa legislativa del popolo, non menziona alcuna restrizione riguardante l’una o l’altra fonte del diritto. Basterà il new deal voluto da Papa Francesco a facilitare il ritorno a una Chiesa più evangelica e meno lobbistica?


Federico Rughi

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