C’è capitano e Capitana: Carola Rackete5 min read

Giulia Mariani | 10-07-2019 | Attualità

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Il 14 giugno la nave ONG olandese Sea Watch 3 salva dalle acque del Mediterraneo 43 migranti: condurli nelle acque sicure del territorio italiano non sarà un’impresa semplice. Al comando della nave c’è Carola Rackete, 31enne tedesca, poliglotta, già da tempo alla guida di navi di salvataggio ed in passato alle prese con i freddi ghiacci polari. Non c’è più tempo da perdere, la situazione a bordo ormai è ingestibile ed estremamente rischiosa e la comandante non può più trattenere i migranti in quel limbo, non c’è nient’altro da fare: il 26 giugno, dopo ben 12 giorni a largo, decide di forzare il blocco navale imposto dalle autorità e di approdare al porto di Lampedusa. Il decreto legge 53/2019, il cosiddetto decreto sicurezza bis, ha sostanzialmente innalzato un’invisibile cortina sul Mediterraneo che circonda le acque italiane fino a 12 miglia dalle coste: entrare in territorio italiano senza il permesso preventivo è praticamente impossibile, neanche per salvare delle vite. Le ONG che operano in mare devono rispettare la  cosiddetta “convenzione di Amburgo” del 1979 ed  altre  norme  sul soccorso marittimo, che prevedono che gli sbarchi debbano avvenire nel primo porto sicuro sia per prossimità geografica a dove è avvenuto il salvataggio sia  dal punto di vista del rispetto dei diritti umani: la Libia si trova nel bel mezzo di una guerra civile e –checchè se ne dica- non è un porto sicuro, Lampedusa era inevitabilmente l’unica località di sbarco.  

Il polverone mediatico, portato avanti principalmente dal Ministro degli Interni Matteo Salvini, si è alzato all’istante ed ha portato la figura della giovane capitana nell’occhio del ciclone. Accuse e minacce di vario genere si sono succedute per giorni, appellandosi ad una violazione della legge italiana che la delineava come una criminale. Il 29 giugno, dopo ben 15 giorni, la nave riesce ad attraccare. La comandante viene accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di resistenza contro nave da guerra, con il rischio quindi di essere incarcerata e dover pagare una sanzione salatissima. Appena scesa dalla nave, Carola Rackete viene arrestata e condotta ai domiciliari. Per la Sea Watch 3 invece è previsto il sequestro amministrativo e un’ingente sanzione pecuniaria. Mentre già è in moto una raccolta fondi per aiutare a sostenere economicamente le spese legali e la potenziale sanzione, il Gip di Agrigento Alessandra Vella invalida l’arresto, scagionando dalle accuse e liberando Carola. La magistratura sa che la più grande legge dell’universo è la salvaguardia della vita.  

Il nome e il viso di Carola Rackete sono stati per giorni il fuoco del dibattito mediatico italiano. Il “Capitano” –così sobriamente Salvini è stata ribattezzato dal suo seguito, sinonimo più becero di una qualche altra guida, un duce del passato- l’ha chiamata “ricca e viziata comunista tedesca”, una “sbruffoncella” che fa politica sulla pelle degli immigrati, una criminale “pagata da chissà chi”: facendo “politica” attraverso la diffamazione e adottando parole finemente studiate per incidere allo stomaco degli elettori. È stato detto di lei di essere una figlia di papà viziata: avrebbe potuto vivere comoda, invece ha deciso di studiare ed ha trovato la sua comodità nell’aiutare gli altri. L’hanno criticata perché trascurata fisicamente: stava salvando vite umane, non elargendo giudizi dall’alto di uno smartphone. Il suo è stato un atto rivoluzionario che ha senz’ombra di dubbio un sentore politico, ma che non si voleva porre come tale: la Sea Watch 3 non ha attraccato a Lampedusa per assestare un colpo allo stomaco dello Stato Italiano, ma perché era quello che doveva essere fatto per non alzare ulteriormente il tragico bilancio delle morti nel Mediterraneo. Quando una legge nazionale, europea o di qualsiasi altro tipo viola il diritto più inalienabile di tutti -che è quello alla vita- subentra necessariamente la legge morale. Prima di qualsiasi confine o regola vengono gli esseri umani, sempre. Il suo atto è stato giustamente assurto a gesto simbolico, per rappresentare la parte della popolazione indignata per la disumana gestione della questione immigratoria e della pessima –nei contenuti, purtroppo non nella riuscita- propaganda a riguardo.  

Carola Rackete è una novella Antigone che antepone la legge morale dentro di sé alla legge statale che vuole lasciare indietro gli ultimi, è una moderna Cloto che continua a tessere il filo della vita dei migranti anziché lasciarli morire in mare come molti vorrebbero, è il pesce piccolo che osa sfidare il pesce grande e potente, è una donna forte ed istruita che si ribella con gentilezza: è per questo che spaventa gli italiani. In un mondo in cui regna sovrana la paura, in cui viene puntato il faro sul tema della sicurezza con una luce più forte di quella di cui c’è reale bisogno, in cui si fa politica a suon di odio e fake news – che servono soltanto a fomentare questo senso d’insicurezza e questa paura caratteristici del cittadino medio della Terza Repubblica- è inevitabile che un tale atto di aperta sfida all’ingiustizia veicolata dalla legge rischi di essere visto come una trasgressione da punire. Gli insulti sessisti, impensabili ed inaudibili, urlati contro la capitana durante la discesa dalla nave di salvataggio e continuati per giorni sui social networks, non sono che la spia della tragica situazione culturale di una società che si appella alla rabbia, in cui resta radicata la piaga del patriarcato e che vede la donna come un oggetto sessuale incapace di agire e di avere un’opinione. Stare dalla parte di Carola non significa più soltanto appoggiare la legittimità della sua decisione, ma schierarsi contro chi fa politica con l’ingiustizia e i soprusi, con la xenofobia e il sessismo, ergendosi a paladino del reazionarismo con la Bibbia in mano. La figura di Carola era destinata fin da subito a spaccare in due l’opinione pubblica. Ad ognuno le sue conclusioni, noi sappiamo bene dalla parte di chi stare.  


Giulia Mariani

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