CARLITOS WAY: Tévez, un campione controcorrente8 min read

Amministratore | 22-08-2015 | Nazionale


Non è un mistero che il calcio sia lo sport attorno a cui si è sviluppato il maggiore intrico di interessi economici e finanziari, mutandone, secondo alcuni, le basi nobili che ogni disciplina sportiva dovrebbe avere. Come notava Eric Hobsbawn ne “La fine dello Stato”,
“questo sport popolare universale si è trasformato in un complesso capitalistico industriale mondiale […] dominato dallimperialismo di poche imprese capitaliste (i grandi club n.d.r.)”. In questo quadro sono lampanti tutte le contraddizioni, tipiche delleconomia globale, tra sentimento popolare, affezionato ad una logica identitaria locale e nazionale, e ragioni di mercato che, per loro natura, operano senza frontiere territoriali o di appartenenza, favorendo la migrazione di massa di calciatori dai loro Paesi dorigine verso le leghe più blasonate. Il percorso è sempre lo stesso: partire da zone geografiche povere per tentar fortuna in Europa, sognando di guadagnare il più possibile ed il più a lungo possibile, almeno finché il fisico regge.

Cè però ancora qualche episodio che devia dalla norma, provando a spezzare questo meccanismo consolidato. Sia ben chiaro: non si tratta di nessun modello rivoluzionario, ma soltanto dellesempio di un uomo, un campione vero, che ha anteposto affetti e valori personali alla consuetudine del perseguimento del profitto e dellambizione professionale ad ogni costo.

 

 

Se non avessi fatto il calciatore sarei diventato un ladro o un drogato. Anzi, probabilmente sarei già morto”. Il pallone come strumento di riscatto sociale. In queste poche parole si racchiude tutta la storia di Carlos Tévez, nato 31 anni fa Carlos Martinez, ma abbandonato a soli due mesi dalla madre naturale. A dieci mesi gli si rovescia una pentola dacqua bollente, procurandogli gravi ustioni i cui segni sono ancora evidenti su collo e volto. Dopo due mesi di terapia intensiva viene affidato alla zia materna e a suo marito, Segundo Tévez, che riconoscerà Carlos come suo figlio adottivo. Lambiente in cui cresce il giovane Tévez è quello della barrio, conglomerato di sobborghi che circonda la capitale argentina. E terra di nessuno, dove non esistono numeri civici, mentre dilagano miseria ed illegalità. Questa condizione di marginalità condanna le persone ad usare le unghie e i denti per sopravvivere, spesso finendo per candidarsi a un posto in prima fila nel carcere o al cimitero. Come successo per il padre biologico di Tévez, freddato in una sparatoria, oppure al fratello del campione, finito in carcere per rapina a mano armata. I quartieri sovraffollati nei quali si dispiega questa periferia, tra mostruosità architettoniche concepite dalledilizia statale e abusive concrezioni in lamiere e mattoni, sono le villas. Con ogni probabilità, pochi tifosi di calcio italiani sarebbero venuti a conoscenza della loro esistenza se Tévez non fosse noto sul campo da gioco come lApache, nome di battaglia derivante dallappellativo con cui viene indicato il suo quartiere di provenienza, Fuerte Apache, nel municipio di Ciudadela, provincia di Buenos Aires.

 

Si dice che da una villa si entri con facilità, ma si esca con molta difficoltà. Bene, Carlos Tévez, ne è venuto fuori, palla al piede, sollevando prima la polvere dei campetti ai margini della città, poi riuscendo a tesserarsi, alletà di 13 anni, nelle giovanili del Boca Juniors, sua squadra del cuore, con la quale ha vinto tutti i trofei del continente sudamericano, per poi passare in Brasile al Corinthians, quindi in Premier League, prima al West Ham, dopo su entrambe le sponde di Manchester, United e City, vincendo anche qui ogni competizione immaginabile a livello mondiale. Chi invece non ce lha fatta è stato il suo migliore amico, Dario Coronel. Lo stesso Apache in unintervista ricordò come Dario fosse addirittura più abile di lui col pallone, tanto da superare a soli 11 anni un provino per il Velez Sarsfield, mentre Carlitos, nella stessa occasione,  venne scartato. Per lamico di sempre, però, le porte della villa non si dischiusero del tutto, risucchiandolo nel tunnel della delinquenza e della droga, fino a vederlo spegnere per propria mano nel 2001.

 

Le cose cominciarono improvvisamente ad andare male anche al campione. Nel corso di Bayern Monaco – Manchester City del 2011, sul parziale di 2-0 per i bavaresi, il tecnico Roberto Mancini invitò il giocatore, lasciato in panchina ad inizio gara, a scendere in campo, ma Tévez rifiutò clamorosamente di prendere parte alla partita, da qui la pesante etichetta di “testa calda”. Il tre volte Balòn de Oro (Pallone doro sudamericano), fresco capocannoniere nel campionato inglese, venne messo fuori rosa per sei mesi, subendo lo stesso trattamento anche in patria, dove venne escluso dalla Nazionale albiceleste sotto la guida di Sabella. Cominciarono a circolare voci sulla sua vita privata; sempre più spesso veniva fotografato in compagnia degli amici in Argentina, fuori forma, ormai estraneo al terreno di gioco. Nel bel mezzo della sua folgorante carriera, lApache sembrava aver ceduto il passo alla saudade che già aveva sbriciolato altri monumenti dello sport.

 

Dopo unaltra stagione incolore, ormai relegato a riserva, a 29 anni arriva la svolta. La Juventus, già dominatrice assoluta in Italia nelle precedenti due stagioni, decide di arruolare lApache. Lo acquista per una cifra abbastanza irrisoria, ma lo investe immediatamente di grandi responsabilità: sarà sua la maglia più pesante della storia bianconera, la n°10, quella indossata per lultima volta dalla leggenda Alessandro Del Piero. Il genio di Carlitos torna ad accendersi sin dalla prima apparizione, segnando il gol del 4-1 finale nella Supercoppa Italiana contro la Lazio. Proprio in questa occasion
e, inizia quella che diventerà una tradizione per molti dei suoi gol; durante lesultanza, si solleva la maglia mostrando una scritta col nome di una
villa. La missione è chiara: sfruttare la propria fama e i suoi gol per ricordare al mondo i quartieri dimenticati della sua terra. La prima dedica, neanche a dirlo, è per Fuerte Apache. Durante Juve-Verona 2-1 la dedica è per la Ciudad Oculta, letteralmente la “città nascosta” in quanto separata dal resto della metropoli per mezzo di un muro eretto nel 1978 durante i Mondiali di calcio in Argentina per volere del dittatore Videla, nel goffo tentativo di mascherare la miseria dilagante che affliggeva la zona. Il raddoppio sul Genoa, dopo un passo di swing dentro larea rossoblu, è dedicato a La Maciel, storico barrio a sud di Buenos Aires, approdo di molti migranti italiani agli albori del secolo scorso. Il rigore realizzato contro la Fiorentina porta la firma della Villa 31, vera e propria baraccopoli portueña. Il suo tap-in in Juve-Atalanta 3-0 della passata stagione è per El Congo, quartiere povero del comune di Martinez, a nord della capitale. Il piatto vincente in Juve-Udinese 2-0, invece, è per La Palito, sobborgo della città di San Justo.

Le altre esultanze sono frequentemente rivolte ai suoi tre figli. Fu per loro la trombetta mimata al gol durante il derby della Mole, così come la robot-dance in occasione della sua doppietta al Malmö (ritorno al gol in Champions dopo anni di digiuno in questa competizione: arriverà a quota 7 reti, poco distante dagli extraterrestri Cristiano Ronaldo e Lionel Messi). Ricorrente è stato il “ciuccetto”, esibito per lultima volta dopo la memorabile doppietta in casa del Borussia Dortmund, ottavi di Champions.

Se il calcio è, come sosteneva Pasolini, una forma di linguaggio al pari di quella verbale, quella di Tévez potrebbe essere la prosa di un romanzo di formazione, di unopera neorealista o addirittura, come già suggerito da Manuel Vázquez Montalbán in riferimento ad altri campeones celebrati nella letteratura latinoamericana, i versi di un poema epico moderno. La sua fuga da Fuerte Apache è raccontata nella cavalcata coast to coast in Juve-Parma, scartando tutti i giocatori sulla corsa. La forza con cui ha saputo rispondere ai duri colpi che gli ha riservato il destino esplode in tutta la sua potenza nella cannonata dalla trequarti campo che fa tremare la traversa e gonfia la rete a San Siro contro il Milan. Il pressing asfissiante sul portatore di palla a tutto campo, raddoppiando le marcature e spendendosi in maniera del tutto inusuale per un n°10 in soccorso dei compagni parla della sua tenacia e della sua attitudine al sacrificio.

Sospinta dalla sua grinta, la Juventus vincerà 4 trofei in 2 anni, stabilendo, nella prima stagione, il record assoluto di punti in serie A (102) e lufficialità delle tre stelle, mentre nella seconda, dopo i trionfi in Italia, riporterà la Vecchia Signora ai vertici europei centrando la finale di Champions che mancava da ben 12 anni, sfiorando il triplete, sfumato solamente negli ultimi 30 di una stagione tuttavia memorabile.

Mi manca il Paese, mi manca la famiglia e mi mancano gli amici. Con queste parole il campione esternava, in unintervista di qualche mese fa, la sua nostalgia per la sua terra, lasciando presagire un suo ritorno anticipato rispetto ai termini del contratto con la società bianconera, che sarebbe altrimenti scaduto nel 2016. Nessun braccio di ferro con la dirigenza, la cui politica aziendale nei confronti dei dipendenti è chiara: mai trattenere un giocatore contro la sua volontà. Quella di Tévez, però, non è stata una cessione convenzionale. Non per soldi né per un pensionamento anticipato verso campionati tanto esotici quanto redditizi, ma un ritorno alle origini, rinunciando ad uno stipendio plurimilionario, il terzo più ricco della serie A, nonché ai grandi palcoscenici europei del calcio che conta proprio nel momento più felice della sua carriera. Per la Juventus, niente soldi in cambio, ma unopzione di acquisto per alcuni giovani promettenti della cantera del Boca Juniors, sperando magari di scovare un nuovo Tévez.

La sua stella continuerà a brillare nellemisfero australe, dove già ha iniziato a deliziare la sua storica tifoseria e dove potrà finalmente sentirsi a casa. Un eroe della gente semplice, di quelli che aiutano un Paese intero a sublimare le sue tristezze e a sognare una rivincita nei confronti di una condizione di subalternità ed emarginazione. La stessa voglia di rivalsa che aveva Carlitos e che, a suo modo, è riuscito a portare a compimento.


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