Cè Chiesa e Chiesa6 min read

Amministratore | 23-08-2015 | Nazionale


Per ottomila giovani le vacanze estive, ogni anno, si colorano di un’esperienza diversa: trascorrere un periodo da corresponsabili, facendo i volontari nei terreni confiscati alle mafie. La legge sul riutilizzo dei beni confiscati è stata la prima grande vittoria di Libera, ottenuta grazie ad una proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto più di un milione di firme dal 1996. Oggi quella legge ci dà la possibilità di organizzare i campi estivi: essa infatti prevede l’assegnazione delle ricchezze di provenienza illecita ad enti locali e cooperative in grado di restituirle alla collettività, per “esserci” con autenticità e determinazione, lavorare, formarsi e divertirsi insieme.
“E!state liberi” è l’esperienza che permette di sentirsi cittadini a tempo pieno e non ad intermittenza, dando il proprio contributo nel contrasto alla criminalità organizzata. “L’unico mezzo materiale per fare qualcosa contro le mafie”, sostiene una ragazza, Ioana, 17 anni, Mantova. Una dei 28 partecipanti al campo umbro durante la settimana dal 12 al 19 luglio, nel bene confiscato alla famiglia De Stefano a Col di Pila (Pietralunga) e dedicato a Rocco Gatto, Cristiane ritiene, invece, che sia un’occasione bellissima, per giovani che partono per cambiare cose che agli adulti possono sembrare ormai irrecuperabili. Non è dunque solo il lavoro manuale di coltivazione di un campo di patate, ma è quello che si riesce a portare girando per la città, parlando con la gente. Informare, attraverso il racconto, di cosa significhi una maglia rossa che identifica e accorpa un insieme eterogeneo, facendolo sentire rappresentante di valori ed interessi comuni. Stupirsi di fronte all’ignoranza delle persone, che quasi impassibili, sorpassano il tema con indifferenza e non curanza. Vedere in questo atteggiamento l’opportunità del cambiamento. Trasmettere dunque la conoscenza di quello che sta succedendo di bello nel Paese, grazie all’impegno capillare di Libera. La cultura è la vera leva dell’inversione di rotta, in un percorso teso alla consapevolezza, alla giustizia sociale e alla verità. Una speranza che mette radici, grazie a bene comuni, di tutti, relazionali, che hanno sete di essere strumenti di crescita economica e coesione sociale. Dal lavoro delle cooperative, infatti, vengono prodotti e diffusi cibi biologici con il marchio Libera Terra. Una realtà grazie alla quale lavorano più di 1.000 persone.

Un modo di mettersi in gioco e sentirsi utili, concreto, pragmatico. Facile è anche venirne a conoscenza, grazie alla sezione del sito internet di Libera appositamente dedicata in cui sarà possibile scegliere se partecipare ad un campo per singoli o di gruppo, minori o meno, in che periodo e in quale regione. Un’esperienza gratificante che fa tornare a casa con la voglia di continuare, di diffondere quanto imparato cercando di coinvolgere e stimolare anche i propri coetanei. Continuare ad agire in modo attivo riproponendo il tema in settimane autogestite o assemblee di istituto, essendo il contributo e l’appoggio dei docenti un sostegno fondamentale.

 

Partigiani della legalità, anche giovanissimi, appena quattordicenni, che attraverso il confronto, il dibattito, arricchito dalla diversità del gruppo e dai forti legami nati, si sforzano nella difesa dei loro ideali. Un’opportunità che ha regalato ai partecipanti anche momenti di alta formazione e molto toccanti come l’incontro con una familiare di vittima di camorra, che ha permesso di vedere nei suoi occhi il coraggio di chi continua a camminare a testa alta, fiera del proprio vissuto e senza paura, cercando di parlare a cuore aperto e tentando di istillare nelle coscienze dei ragazzi la tenacia, l’importanza di una ribellione positiva, con cui ci si oppone a logiche di compromessi e silenzi. “È importante allora collaborare per una società migliore: da soli non si può far niente, insieme si può far molto”.

Una realtà, che nella settimana dal 17 al 23 agosto ha visto anche il coinvolgimento di ben 3 differenti gruppi parrocchiali della provincia di Pisa, di una Chiesa sana che cerca di insegnare ai ragazzi l’importanza del volontariato, della fratellanza, della solidarietà, di un aiuto disinteressato. La stessa Chiesa che incarna il fondatore di Libera, un prete che ha sempre voluto partire dagli ultimi, dai più bisognosi, dagli emarginati.

Una Chiesa così distante da quella che, nella Capitale ha dato vita negli stessi giorni ad un’espressione ben diversa, di cosa possa essere la Chiesa e di quali siano gli interessi da Lei difesi.

Il 20 agosto a Roma, Basilica di San Giovanni Bosco, nel tuscolano a Cinecittà, si sono svolti i funerali di Vittorio Casamonica, 65 anni, capo dell’omonimo clan malavitoso attivo nel sud periferico della città che lì gestisce il racket delle estorsioni e dell’usura, coinvolto anche nell’inchiesta su “Roma Capitale”. Sei cavalli che hanno trainato una carrozza antica, la musica del padrino come accompagnamento, un elicottero che getta petali di rosa sui presenti e una scritta: “Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso”. Mentre il boss veniva portato per le strade, omaggiato quasi fosse un Capo di Stato, la folla applaudiva e lanciava grida di commiato al suo passaggio.

Gli stessi mafiosi si sono sempre dimostrati molto vicini alla Chiesa, una religiosità però solo di facciata, interessata agli aspetti esteriori della fede, come intende sottolineare Don Ciotti, in un’intervista rilasciata in seguito alla cerimonia. Concentrati solo sull’immagine, tendono ad esibire i propri poteri e la propria forza, in netto contrasto con le parole del Vangelo, precisa il fondatore di Libera. La violenza che si consuma nell’ostentazione dello sfarzo.

Il Prefetto di Roma Gabrielli ribadisce che ci sono errori, ma non connivenze, ammettendo lacune e inefficienze nell’apparato di sicurezza. Mentre il nipote, Luciano Casamonica, precisa che tutta questa opulenza è solo tradizione di famiglia, che come cultura ha quella di fare le cose in pompa magna e rassicura dicendo che lo zio era una bravissima persona, in fondo “solo Dio può giudicare, non la politica”. Il prete che ha concesso le esequie invece sostiene che ha fatto semplicemente il proprio dovere: “Ho seguito le parole di Papa Francesco concedendo misericordia, non sono un poliziotto, non spetta a me prendere posizione”.

La stessa chiesa aveva però rifiutato la celebrazione della messa per Pier Giorgio Welby, malato terminale che nel 2006 scelse l’eutanasia come cessazione alla sofferenza. La motivazione addotta fu: “Con i suoi gesti e i suoi scritti si è messo in contrasto con la dottrina cattolica”. L’ultimo saluto a Welby si tenne allora nella piazza antistante alla chiesa, gremita di gente, con la cappella rigorosamente a porte chiuse.

Dunque c’è da domandarsi se la pietà cristiana valga per un boss mafioso e non per un uomo che lottò per vedersi riconosciuto un diritto. Nell’ultimo olio si ricercano i soldi, ricavabili facilmente con delle offerte, e forse i comuni mortali ne hanno sempre troppi pochi.

C’è Chiesa e Chiesa però, perché Don Ciotti
alla moglie e alla famiglia tutta di Welby è sempre stato molto vicino, sia prima, sia dopo che si spegnesse, e tanti parroci in seguito hanno celebrato una messa pubblica per lui.

Si può scegliere da che parte stare, esiste la parte giusta, quella onesta, non corrotta, non omertosa, che non gioca a rimpiattino con questioni serie e gravissime scaricando sempre le responsabilità su qualcun altro, rinnegando la problematica, ma che scende in campo, battendosi per la giustizia, la verità, la difesa dei diritti, diritti di tutte e tutti però.


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