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Alessio Smacchi | 25-06-2016 | Internazionale

di Alessio Smacchi

Abbiamo assistito ad una svolta epocale, degna di essere subito trascritta nei manuali di storia. Ora, non ci si deve soffermare esclusivamente sul risultato in sé, ma occorre analizzare una serie di cause-conseguenze che il rapporto Europa-UK si porta dietro da diversi decenni. Storicamente l’Europa ha sempre visto nel Regno Unito un valido collaboratore per saldare l’Unione Europea, soprattutto dal punto di vista economico, passando dalla istituzione della Comunità Economica Europea (CEE) nel 1957 alla Comunità Europea (CE), con lentrata in vigore del trattato di Maastricht nel 1992; arrivando addirittura a concedergli delle clausole preferenziali favorevoli per la sua “indipendenza” o per meglio dire una noncuranza alquanto sistematica negli affari quotidiani europei. Nel trattato di Lisbona, precisamente all’articolo 50, si prevede la clausola di recesso dall’UE che cito testualmente e che sarà oggetto di analisi:

“Il Paese dellUE che decide di recedere, deve notificare tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso di tale Paese. Tale accordo è concluso a nome dellUnione europea (UE) dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. I trattati cessano di essere applicabili al Paese interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dellaccordo di recesso o due anni dopo la notifica del recesso. Il Consiglio può decidere di prolungare tale termine. Qualsiasi Stato uscito dallUnione può chiedere di aderirvi nuovamente, presentando una nuova procedura di adesione.”

L’analisi, seppur breve e di modesta caratura, verterà su tre questioni: politica, economica e sociale.

  • Analisi politica: partendo dal fatto che l’Inghilterra ha sempre mantenuto quel suo alone di indipendenza tacita, ora è indipendente a tutti gli effetti. Sul fronte politico, inevitabili sono state le dimissioni del premier uscente Cameron e ci si avvia all’ascesa di Farange, portatore del nazionalismo più autentico che mal si concilia con le vedute di tutti gli altri capi di Stato europei e di oltre oceano. L’Europa, sotto il nome di Martin Schulz respinge con forza la possibilità di una reazione a catena, ma altri Paesi come il Portogallo e la Grecia stanno tessendo al proprio interno le manovre per una ipotetica uscita dall’Europa, prendendo coraggio dall’iniziativa inglese. Guardando oltre, le posizioni di Obama e Putin non sembrano essere troppo discordanti in quanto entrambi nei loro rispettivi comunicati hanno espresso il loro dispiacere, sottolineando con toni più o meno accesi il malcontento per la mancanza di coesione anche all’interno degli organi europei stessi. Ora ci si avvia alla fase della rinegoziazione di ogni singolo trattato, con la convinzione che le regole del gioco possano giocare a sfavore dell’Europa.
  • Analisi economica: la storia ci ha insegnato che in periodi particolari le varie borse mondiali tendono ad avere un andamento altalenante nel breve periodo, per poi ristabilizzarsi sui valori antecedenti all’evento ipotizzato, ma ciò non vuol dire che non ci si debba preoccupare. Oltre ai danni per le relazioni commerciali passate e la loro riformulazione, inevitabilmente si è assistito alla svalutazione della Sterlina, registrando un calo del potere d’acquisto di circa il 10%, in assoluto una delle svalutazioni più veloci della storia recente. Il tracollo delle borse internazionali in congiunta al danno economico di breve periodo sta portando l’UK ad una serie di cambiamenti tendenti all’attuazione di misure protezionistiche come le barriere all’importazione e la non più libera circolazione di lavoratori “ex-comunitari”. Le previsioni dell’alta finanza scommettevano per il “Remain”, ma contro ogni auspicio, ha prevalso il fronte della scissione. Guardando a casa nostra, una politica di dazi all’importazione, potrebbe far perdere all’Italia la bellezza di 22 milioni di euro e saremmo uno dei Paesi più esposti a queste manovre assieme alla Spagna.
  • Analisi sociale: entrando nel merito della votazione si è subito delineato uno scontro generazionale, quindi di ideologie. Il fronte del “Remain” è stato fortemente appoggiato dai giovani inglesi (18-24 anni), ciò sta a significare la volontà di essere partecipi nella vita europea e cercare di contribuire alla propria crescita e coesione interculturale. Invece il fronte del “Brexit” è stato composto in gran parte da anziani, memori forse della loro “epoca d’oro” isolazionista così come la descrivono. È alquanto paradossale che un paese come il Regno Unito, spesso definito come la culla della società multiculturale e quindi di ampie vedute, si sia rintanata nel 2016 nella sua “isola piovigginosa” stanca oramai di questo tira e molla con l’UE su ogni fronte possibile ed immaginario.

Cosè andato storto, cosa poteva fare di più l’Europa che non ha potuto fare?

L’Europa è nata in teoria per unire i popoli sotto una grande confederazione sovranazionale ma, come si evince alla luce dei fatti, gli interessi particolaristici, la crisi dell’Eurozona, la malagestione delle politiche migratori e la poca attenzione rivolta alle periferie sono tutte cause che, concatenandosi, hanno fatto sì che l’Europa si sia dimostrata per quello che è: un “Gigante con i piedi d’argilla”.

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Alessio Smacchi

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