L’associazionismo, i nei di Bruno Vespa, gli Scout e Pascoli7 min read

Amministratore | 20-01-2015 | Studenti senza frontiere

Figlio: “Mamma, spegni la luce.” , “Mamma, prendimi l’acqua.” , “Mamma, fammi la pasta al forno.” , “Mamma, buttati da un treno in corsa.” , “Mamma, tingi il gatto di rosa.”

Madre: “Ok.” , “Vai a buttare la spazzatura?”

Figlio: “Tim, messaggio gratuito, il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile. La invitiamo a riprovare più tardi.”

Questo complesso prototipo di conversazione non è qui scritto per sottolineare quanto le nostre madri siano pronte a tutto pur di farci felici (o, semplicemente, non sentirci più nelle orecchie) oppure quanto sia poca la gratitudine da parte nostra nei loro confronti, bensì per dire che a casa nostra possiamo fare quello che ci pare (mamma, se stai leggendo perdonami perché ho peccato). Possiamo buttarci sul divano a guardare “Il boss delle cerimonie” e infischiarcene del mondo, ma in un’associazione non è così.Tu non comandi nulla: quello che puoi fare è portare la tua esperienza, apporto che risulta inutile se imposto sugli altri. Con questo voglio dire che per stare in un’associazione devi essere flessibile, devi saper ascoltare e saper incassare prima di agire di conseguenza. In questo modo capirai anche che non è giusto schiavizzare tua madre e instaurare un regime dittatoriale secondo il quale chi arriva prima si prende il telecomando e nessuno può cambiare canale (pena: la morte).

Per quanto sia sempre stata circondata da persone attive socialmente e politicamente, e io stessa abbia da sempre avuto un animo predisposto a ciò, non è stato facile coltivare e non perdere l’entusiasmo. Vengo da un’ordinaria cittadina del Sud, né retrograda, né progressista. Una realtà piccola, “di paese” per così dire. Per quanto ami la mia terra, purtroppo devo dirlo: a volte, essa manca di stimoli positivi per un giovane. Perciò è facile perdersi nella superficialità, nei luoghi comuni; è facile restare intrappolati in una mentalità chiusa, è facile pensare che il mondo sia quello lì. L’ambiente in cui cresci è determinante per il tuo sviluppo morale e culturale. Insomma, non è sempre e solo colpa di mamma e papà se ti piacciono i Tokio Hotel e i nei di Bruno Vespa ti eccitano. Perciò risulta fondamentale avere la possibilità di confrontarsi e misurarsi con persone che la pensano in maniera diversa da noi o che condividono i nostri stessi ideali. È così che si cresce, che si sviluppa una propria autonomia di pensiero. Diciamocelo, è cosi che diminuiscono le probabilità di essere amebe per il resto della nostra vita. Dunque, la possibilità di un confronto la si può trovare all’interno di un’associazione. Dico questo perché è ciò che ho potuto constatare io stessa, sulla mia pellaccia!

Ora, se dicessi “Hey, io ho fatto 8 anni di scout!” verrei probabilmente derisa, inizierei a sentirmi dire cose come “Ah, ma gli scout sono un’associazione? Quei calzettoni alti ve li fanno le vostre nonne? Perché cantate in continuazione quelle canzoncine ridicole? E perché andate in chiesa? Siete cattolici? Portate una divisa come i carcerati? Fate la pupù in mezzo alla natura?” ecc. Quindi non lo dirò. Non scriverò che quella esperienza mi ha dato più di quanto avrei mai potuto immaginare, non scrivererò che mi ha insegnato l’importanza del “gruppo”, della collaborazione, che mi ha dato la disciplina e fatto capire il valore di un impegno e il senso di appartenenza. Non scriverò che mi ha concesso l’opportunità di essere l’ultima ruota del carro ed una leader e di capire quanto non sia facile essere nessuna delle due cose. Non scriverò che mi ha insegnato ad accettare la sconfitta e a condividere la vittoria con gli altri, perché in un’associazione ogni tua sconfitta, è la sconfitta di tutti; ogni tua vittoria, è la vittoria di tutti. Il fondatore degli Scout, Baden Powell, disse che per comprendere lo scoutismo, bisogna viverlo. Non c’è cosa più vera e valida universalmente quando si parla di associazione, qualunque essa sia.

Sono passati 6 lunghi anni da quando ho lasciato l’associazione, le motivazioni del mio distacco sono diverse, alcune forse troppo personali per essere spiattellate qui. La ragione principale fu che poco dopo che arrivai al liceo, i miei interessi cambiarono direzione, la persona che ero diventata non riusciva più a rispecchiarsi totalmente negli ideali scout, ma soprattutto non ne potevo più di cantare “Osanna eh, Osanna Cristo Signor!”. Aggiungiamo che il liceo classico un po’ la vita te la rovina con tutto quel greco e alla fine ho deciso di chiudere quel capitolo e di aprirne uno nuovo che intitolerei “Gelmini, Gelmini, vaffanculo!”. Cortei, consulta, consigli d’Istituto, minacciare il Preside, non entrare perché i termosifoni sono spenti, co-gestioni, giornata dell’arte, legarsi ai cancelli del liceo e finire sul giornale, lezioni di filosofia sul mare, lotta al registro elettronico per tenerti buoni quei prof più vecchi di Tutankhamon, corrompere il bidello per avere il codice della fotocopiatrice per fotocopiarti anche il sedere. Avevo fatto amicizia con le persone sbagliate, ne sono certa oggi più che mai. E continuo a perpetuarmi in quel fatale errore perché, ancora a distanza di anni, c’è un forte legame d’amicizia! Mettiamola così, avevo preso la decisione di sostituire l’avventura con la lotta studentesca, non che quest’ultima non contenga una buona dose di imprevisti ed incognite eh. Non saprei contare le volte in cui ho maledetto santi e madonne, ci sono stati momenti in cui avrei preferito ascoltare Magalli cantare “Love will tears us apart” dei Joy Division piuttosto che prodigarmi per i miei compagni di scuola.

Poi è arrivata l’Università. Finalmente la possibilità di lasciare il nido e spiccare il volo! La voglia e la necessità di scoprire un mondo nuovo! Il Paese dei balocchi tanto atteso! Libertà!
Avete presente “Il Fanciullino” di Pascoli? Io mi sentivo come lui. Ogni cosa era una novità per me, era bello meravigliarsi per tutto e sembrare un’ idiota. Sulla scia di Pascoli, dunque, i primi tre mesi sono stati eccezionali. Arrivato dicembre, scoprii che esisteva una cosa chiamata “sessione invernale”, durante la quale gli studenti vengono deportati in massa nelle aule universitarie per lo sterminio ad opera delle commissioni d’esame. Come tutte le cose belle, anche questa alla fine si è rivelata una cosa non bella. Infatti, secondo il principio della “massima molteplicità”, come ci insegna la chimica, una volta superato un esame ne arriva subito un altro e un altro ancora, cosicché lo studente universitario man mano perda la propria libertà. E questo ciclo varrà per sempre (rassegnatevi). Tempo libero? Questo sconosciuto! E comunque nel tempo libero bisogna sbronzarsi con gli amici e fregarsene. Sono passati così due anni: tra la libertà di non sentirsi legati a nessun impegno associativo e la consapevolezza di non potersi lamentare chissà quanto del disagio universitario, perché per cambiare le cose non si faceva nulla. Forse è stata questa consapevolezza a spingermi di nuovo verso un’associazione, forse è stato il fatto che mi sentissi vittima di me stessa. Tutte quelle problematiche che attanagliano uno studente dovevano essere anche affare mio, perché io stessa lo sono. Forse è stato il fatto di essere assillata fino allo sfinimento da una persona a cui devo molto. Qualunque sia stata la motivazione che mi ha spinto a cascarci di nuovo, poco importa infondo. L’importante è esserci, sempre e attivamente, per contribui
re al cambiamento che vogliamo avvenga.

Questo “articolo” parla di tutto e di niente. Ad alcuni sembrerà essere una sviolinata, ad altri sembrerà pieno di banalità e concetti scontati, per altri ancora sarà pieno di parole messe insieme con la colla vinilica stile Giovanni Muchacha. Ma per me c’è il tutto, c’è soprattutto il ringraziamento a tutte quelle persone che hanno contribuito a rendere questi anni unici e ricchi di esperienze. Grazie, perché mi avete reso la persona che sono, anzi, soprattutto quella che non sono.

Continuo, quindi, il mio viaggio esplorativo in un mondo chiamato “sindacato studentesco” che conosco molto poco e che non mi ha cambiato la vita, ma nel quale ho trovato il sunto dei pensieri che hanno influenzato positivamente il mio sviluppo.

P.S. comunque, di tanto in tanto, continuo a sbronzarmi.


Amministratore

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