1 maggio: uguaglianza e dignità3 min read

Giulia Mariani | 01-05-2019 | Attualità

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«Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento»

Iniziava così l’articolo intitolato “Per primo maggio” pubblicato il 26 aprile 1890 sulla rivista forlivese “La rivendicazione“. Di acqua sotto i ponti ne è passata molta, ma la ricorrenza della Festa dei lavoratori è ancora viva e sentita in tutto il mondo. Venne scelta questa come data simbolica in ricordo di uno sciopero generale indetto, appunto, il 1° maggio 1886 in tutti gli Stati Uniti per migliorare in generale le condizioni lavorative, disumane ed alienanti, degli operai. La protesta durò per giorni e culminò il 4 maggio con la repressione nel sangue di una manifestazione operaia nella piazza di Haymarket, Chicago. In generale, con la Festa dei Lavoratori si ricorda tutto il contesto di mobilitazione e lotta che portò al raggiungimento di diritti fondamentali, come la giornata lavorativa ridotta a 8 ore, e di migliori condizioni per i lavoratori di tutto il mondo. Ancora oggi, dopo oltre un secolo, si presenta come un’occasione per ribadire la centralità del lavoro nella vita della democrazia e la necessità di progresso sociale. Al di là della ricorrenza e del ricordo, quanto è ancora attuale la lotta dei lavoratori nel periodo della cosiddetta Terza Repubblica? Lo Stato italiano, che veniva dagli anni ’90 in cui il progresso economico sembrava in continua crescita e la prospettiva della depressione (in realtà, inevitabile in qualsiasi ciclo economico) sembrava quasi impossibile, non è stato in grado di fronteggiare adeguatamente la grande crisi del 2008. Le varie manovre volte a tamponare la problematica non sempre hanno sortito l’effetto sperato. Le politiche di assunzione non hanno fatto altro che incrementare i contratti a tempo determinato e a chiamata, lasciando i lavoratori sul filo dell’incertezza per mesi, facendoli sentire alienati non nell’atto lavorativo di per sé, come avveniva in epoca post-industriale, ma nella condizione stessa di lavoratore, nel ruolo sociale ricoperto. In un contesto generale di crisi dei valori e della sicurezza, il veder venire meno anche la stabilità occupazionale, ridotta a contratti ad esempio semestrali che una volta terminati non prevedono sussidi o possibilità di proroga, ha acuito la problematica. Una politica pseudo-assistenziale (come può essere quella dei bonus o del reddito di cittadinanza) non può essere, non è mai stata, una buona soluzione: dare il “contentino” può tamponare la perdita, ma non bloccare l’allagamento. La protesta dei lavoratori non può dirsi terminata, deve rinnovarsi: il lavoratore degli anni duemila deve lottare per vedere riconosciuta la dignità lavorativa, non soltanto la condizione.

La protesta dei lavoratori debba tingersi di rosa, più accesamente di quanto già lo sia: i movimenti femministi lottano da anni per la parità lavorativa, ma questa procede purtroppo a passi molto lenti. L’ideologia che sta dietro le cosiddette “quote rosa” in realtà non scardina la mentalità maschilista tipica degli ambienti aziendali, anzi fa passare il concetto che le donne vengano assunte in quanto tali e non perché meritevoli. Ciò non può far altro che rendere ancora più disagevole il clima lavorativo e relegare le donne in una posizione subalterna. Diritti fondamentali delle mamme lavoratrici, come ad esempio il congedo e l’indennità di maternità (cioè il fatto che per le neomamme sia prevista l’astensione obbligatoria di 5 mesi dal lavoro durante i quali viene comunque versato l’80% dello stipendio), vengono visti in realtà quasi come un privilegio, una cortesia del datore di lavoro. Succede anche, non di rado come si pensa, che lavoratrici incinte vengano licenziate prima del congedo proprio per evitare di pagare dipendenti che, per quel periodo, non possono produrre lavoro. Le discriminazioni di genere sul lavoro sono ancora una malerba dura a morire. Lotta femminista e lotta dei lavoratori non soltanto possono, ma devono collaborare e andare avanti insieme, affinché le politiche del lavoro siano anche politiche delle pari opportunità. Il Primo Maggio deve essere attualizzazione, rinnovamento di protesta per un progressivo miglioramento delle condizioni lavorative, individuali e di genere.


Giulia Mariani

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